Ambulatori, infermieri di famiglia, sportelli sociosanitari, consultori e assistenza ai pazienti fragili concentrati in un unico luogo. È questa la rivoluzione promessa dalle Case di Comunità, le strutture simbolo del Pnrr che dovrebbero cambiare il volto della sanità territoriale italiana. Ma tra cantieri ancora da completare, dubbi e carenza di personale, anche in Lomellina la sfida sembra appena cominciata. E il vero interrogativo è se queste nuove strutture riusciranno davvero a diventare il presidio sanitario di prossimità immaginato dalla riforma oppure rischieranno di trasformarsi in contenitori moderni, ma privi di professionisti sufficienti per funzionare a pieno regime.
DM 77/22 Le Case di Comunità, previste dalla Missione 6 del Piano nazionale di ripresa e resilienza, dovrebbero infatti rappresentare il nuovo punto di riferimento sanitario di prossimità, ovvero luoghi dove cittadini, anziani, cronici e pazienti fragili possono trovare assistenza integrata, evitando accessi impropri agli ospedali e alleggerendo il carico dei pronto soccorso. A definire funzioni e standard è il decreto ministeriale 77 del 2022, che ha ridisegnato l’intera organizzazione dell’assistenza territoriale dopo la pandemia. Il Dm 77/22 stabilisce infatti che nelle CdC debbano lavorare in équipe medici di medicina generale, pediatri, infermieri di famiglia, specialisti, psicologi e assistenti sociali. Un’organizzazione del lavoro suddivisa in strutture “Hub”, quelle principali, che dovrebbero garantire presenza medica e infermieristica continuativa h24; e strutture “Spoke” che devono assicurare almeno dodici ore di attività per sei giorni alla settimana. Si tratta quindi di un modello che punta sulla presa in carico del paziente e sulla continuità delle cure, ma che oggi si intreccia anche con la discussa riforma della medicina generale voluta dal ministro della Salute Orazio Schillaci.
PROVINCIA In Lomellina le Case di Comunità sono state inaugurate tra il 2023 e il 2024 a Vigevano, Mede e Mortara, con l’aggiunta delle sedi di Garlasco e (sull’altra sponda del Ticino) Casorate Primo. Secondo quanto comunicato dall’Asst di Pavia, «i lavori delle Case di Comunità di Broni, Varzi e Casteggio sono terminati. Quelli di Voghera, Vigevano e Casorate Primo sono in via di conclusione entro la prima decade di maggio. Mede terminerà entro maggio, mentre Garlasco e Mortara vedranno la fine dei lavori entro l’inizio di giugno». Un obiettivo, quello dichiarato dall’azienda, che è «nel rispetto di tutti i requisiti previsti espressamente dal Dm 77/22, per quanto riguarda il personale e i servizi obbligatori». Pertanto oggi alcune attività sono già operative. Tra queste, all’interno delle strutture trovano spazio il Punto unico di accesso, che orienta i cittadini ai servizi; gli infermieri di famiglia e comunità; il servizio scelta e revoca del medico; così come la medicina legale, gli ambulatori infermieristici, il consultorio e il supporto psicologico.
casa di com

PERSONALE Ma tra i tanti servizi offerti, il punto più delicato resta l’assenza dei medici. Già nei mesi scorsi l’Asst spiegava che nelle strutture lomelline erano presenti soprattutto infermieri di famiglia, assistenti sociali e personale amministrativo, ma non medici dedicati. Una criticità che non riguarda solo il territorio, ma che riflette un problema nazionale. Secondo l’ultimo monitoraggio di Agenas sul secondo semestre 2025, meno del 4% delle Case di Comunità previste in Italia è pienamente operativo con tutti i servizi e il personale richiesto dal Dm 77. Su tutto il territorio nazionale risultano operative con almeno un servizio attivo 781 Case di Comunità sulle 1.715 previste, pari al 45% del totale. Ma quelle realmente funzionanti a pieno regime secondo gli standard previsti dal decreto, sono appena 66, meno del 4%. La Lombardia è la regione con il numero più alto di Case di Comunità attive, ma anche qui molte strutture risultano complete sul piano edilizio senza esserlo ancora su quello organizzativo. Diverso invece il discorso per le Centrali operative territoriali, considerate l’unico tassello della riforma in linea con i target europei. Sono 625 quelle pienamente funzionanti sulle 657 programmate; mentre restano invece in forte ritardo anche gli Ospedali di Comunità (ce n’è uno anche a Mede), con appena 163 strutture attive sulle 594 previste a livello nazionale.
CHE FUTURO? Il rischio denunciato da più parti è che le nuove strutture si trasformino in “cattedrali vuote”, edifici rinnovati grazie ai fondi del Pnrr, ma privi di professionisti sufficienti per garantire il modello immaginato dalla riforma. Dall’altra parte l’Asst rivendica a livello territoriale il percorso avviato, sottolineando come «l’attività delle Case di Comunità sia in progressivo sviluppo e ampliamento», evidenziando che «nelle sedi non ci sono spazi inutilizzati né tantomeno personale inoperoso». La vera sfida sarà capire se ai cantieri conclusi seguirà davvero il completamento degli organici e l’attivazione piena dei servizi previsti dal Dm 77.
Rossana Zorzato



L’ ubicazione della scuola materna dei Piccolini costruita con soldi del PNRR del valore di 2 milioni di euro denota una mancanza di Etica Sociale,di responsabilità civica e di visione delle esigenze della comunità , la vicinanza di pochi metri da un distributore di benzina ,pochi metri da una strada trafficata e da un cimitero che non rispetta le distanze di legge dimostra anche poca cultura urbanistica che possono essere tranquillità,sicurezza , ambiente sano,aria pulita e soprattutto assenza di polveri sottili,da non dimenticare gli studi delle Università di Parigi e di Modena il rischio di Leucemia infantile in relazione alle vicinanze alle stazioni di benzina nel raggio di 50 metri.Quando una classe politica è impelagata in risse,divisioni e compromissioni i risultati non possono essere che mediocri e dannosi,…….Leo Ciliesa