Un gesto estremo, maturato in un contesto complesso e ancora in gran parte da chiarire. È quanto emerge dalla vicenda avvenuta nei giorni scorsi in provincia di Bergamo, dove un ragazzo di 13 anni ha accoltellato la sua insegnante di francese, ferendola gravemente all’addome e al collo.
MANIFESTO INQUIETANTE Alla base dell’aggressione ci sarebbe un lungo scritto, definito dagli inquirenti un vero e proprio “manifesto”, redatto dal giovane il giorno precedente. Nelle pagine, dai toni lucidi e al tempo stesso disturbanti, il ragazzo descrive una condizione di profondo disagio personale, vissuto come una sequenza di ingiustizie, umiliazioni e incomprensioni, fino a individuare nella violenza una risposta. Nel documento emergono anche elementi inquietanti di pianificazione, con riferimenti alla volontà di sfruttare la non imputabilità legata all’età e a un più ampio rifiuto delle regole sociali. Le indagini sono in corso per chiarire il movente e il contesto in cui è maturato il gesto. Il ragazzo, non imputabile per età, è stato affidato alle autorità competenti, mentre la scuola e la comunità locale restano sotto shock. Nelle ore successive all’aggressione è stata attivata una rete di supporto psicologico per studenti, docenti e personale scolastico.
LETTERA DELLA PROF Nel frattempo dall’ospedale, la professoressa ferita ha voluto inviare un messaggio pubblico di grande forza, ringraziando chi le è stato vicino e sottolineando come, accanto alla violenza subita, abbia visto emergere «un mondo di coraggio e umanità». Parole che invitano a non cedere alla paura e a continuare a credere nel valore educativo della scuola. Sul piano istituzionale, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha definito l’episodio «di una gravità sconvolgente», rilanciando la necessità di interventi normativi e di maggiore attenzione al tema della sicurezza e del benessere degli studenti.
I COMMENTI DALLE SCUOLE Dalle scuole del territorio arriva una riflessione articolata, che tende a spostare il focus dalla sola dimensione repressiva a quella preventiva ed educativa. «È un grave episodio che rivela la fragilità degli adolescenti che, in casi estremi, riconoscono nella violenza l’unico strumento per affermare sé stessi», è il commento di Stefania Pigorini, dirigente dell’istituto Omodeo di Mortara. «L’azione prioritaria delle scuole – aggiunge – è e resta quella preventiva, attraverso l’impegno quotidiano a educare al rispetto, ad un comportamento che riconosca nel dialogo e nel confronto le leve per relazionarsi con gli altri in modo corretto e non ostile anche quando si trovano su posizioni diverse dalle proprie. L’educazione al rispetto non può però essere “delegata” solo alla scuola; l’alleanza educativa con le famiglie e l’esempio concreto sono fattori irrinunciabili per una formazione matura. Crescere in contesti in cui gli adulti testimoniano relazioni equilibrate e rispettose della dignità dei singoli è fondamentale per maturare la capacità di creare rapporti positivi con chi ci circonda». Il dirigente scolastico Elda Frojo, dell’Its Casale di Vigevano, pur esprimendo forte preoccupazione per quanto accaduto, invita a evitare letture semplicistiche.
Il rischio – sottolinea – è quello di rispondere a fenomeni complessi con soluzioni esclusivamente sanzionatorie o simboliche, come l’inasprimento delle pene o l’introduzione di strumenti di controllo.
Al contrario Frojo richiama l’attenzione sulla «necessità di rafforzare strutturalmente la scuola, investendo in personale, supporto psicologico stabile e attività educative capaci di intercettare il disagio prima che degeneri».
DISAGIO STRATIFICATO Una posizione che trova riscontro anche nelle parole di altri dirigenti scolastici del territorio. Pietro Chierichetti, dirigente dell’Ic di via Anna Botto a Vigevano, evidenzia come« episodi di questo tipo siano spesso il risultato di situazioni stratificate di disagio, che coinvolgono dimensioni personali, familiari ed educative. In questo quadro, la scuola può e deve svolgere un ruolo attivo, sviluppando strategie di prevenzione e supporto, piuttosto che affidarsi a misure emergenziali». Sulla stessa linea Giovanni Montagna, ds dell’Ic di viale Libertà a Vigevano, che invita a «leggere l’accaduto prima di tutto come un possibile segnale di sofferenza psicologica profonda, più che come un semplice episodio di devianza. Un elemento che, se confermato, sposterebbe ulteriormente l’attenzione sulla necessità di strumenti adeguati per riconoscere e gestire il disagio giovanile». «L’episodio di Trescore Balneario – sottolinea Massimo Camola, ds all’Ic di via Valletta Fogliano – interroga profondamente il mondo della scuola e la società nel suo insieme: non è un fatto isolato, ma il riflesso di un disagio diffuso, in cui pesa anche la crescente difficoltà delle nuove generazioni a metabolizzare l’insuccesso». Secondo Camola «come osservano studiosi come Matteo Lancini, molti adolescenti faticano a tollerare la frustrazione, perché spesso poco allenati a confrontarsi con il limite e l’errore; a ciò si aggiunge una sorta di anticipazione dell’adolescenza sul piano emotivo, che espone ragazzi sempre più giovani a vissuti complessi senza adeguati strumenti per elaborarli. In questo contesto, il venir meno dell’autorevolezza scolastica si intreccia con la difficoltà di intercettare segnali di sofferenza che restano sommersi fino a esplodere» Per il dirigente dell’Ic di via Valletta Fogliano «se nella nostra realtà locale non si sono verificati episodi di tale gravità, ciò non significa che si tratti di uno scenario impossibile: al contrario, richiama tutti a una vigilanza attiva. Il sistema scolastico nel suo insieme è chiamato a un compito complesso, spesso reso più difficile dalla carenza di strumenti adeguati: rafforzare alleanze educative, promuovere una cultura dell’errore come occasione di crescita e costruire spazi di ascolto autentico.
Solo così si può trasformare la fragilità in consapevolezza prevenire derive più gravi.
CRISI EDUCATIVA «I recenti fatti avvenuti nella scuola della provincia di Bergamo – spiega Gabriele Sonzogni dell’Ic Robecchi di Gambolò – rappresentano una drammatica sintesi della crisi educativa del nostro tempo. La violenza del gesto rimanda a un narcisismo fragile, incapace di reggere frustrazione e limite: anche un rimprovero può trasformarsi in ferita intollerabile. Emerge un diffuso analfabetismo emotivo, che rende difficile riconoscere e governare le emozioni, fino a generare apatia e indifferenza verso la gravità dei propri atti. A questo si aggiunge il ruolo dei social: non semplice sfondo, ma “occhio” che espone e amplifica, illudendo di colmare un bisogno di riconoscimento. Sullo sfondo, una frattura tra giovani e adulti e la carenza di autentiche figure di accompagnamento. È una domanda che interpella tutti: dove abbiamo smarrito la nostra responsabilità educativa?».
Isabella Giardini, Massimo Sala





Un episodio preoccupante: oltre alle sanzioni serve anche prevenzione e maggiore consapevolezza, anche grazie all’innovazione e alla tecnologia come evidenziato da Telkom University Jakarta.