Beato Matteo / La storia del Palio, «regalo alla città»

La sera dell’11 ottobre 1981 non erano in molti ad assistere alla corsa delle portantine che, partendo da via del Carrobbio, terminava in piazza Beato Matteo. E segnava l’inizio della storia del Palio delle contrade. Un percorso lungo 42 edizioni anche se in un’occasione non è stato assegnato a causa del maltempo (1987) e più di recente non è stato disputato a causa della pandemia (2020). Tra la vittoria di Bronzone nel 1981 a quella di San Crispino e Crispiniano in quella del 2022, in attesa del Palio 2023 in programma nel fine settimana, c’è quasi mezzo secolo di storia vigevanese.  

ALL’INIZIO La prima scintilla la fece sprizzare monsignor Stefano Cerri, a lungo parroco di San Pietro Martire, la chiesa che ospita le spoglie del beato Matteo Carreri, protettore della città, che coinvolse un gruppo di giovani con l’obiettivo di ridare lustro alla festa patronale, in quegli anni relegata in secondo piano anche in seguito allo spostamento del luna park in piazzale Longo, che aveva allontanato i festeggiamenti e il pubblico dal centro e dal cuore religioso della ricorrenza. La prima edizione difatti fu quasi una provocazione, ma l’esca fece divampare l’incendio dodici mesi dopo, quando il Palio conquistò Vigevano tanto da spingere L’Araldo a titolare “Un dono dei cattolici a Vigevano”. «Se oggi Vigevano ha una manifestazione che la onora – scriveva il direttore Giancarlo Torti – e che promette di diventare, nel futuro, sempre più spettacolare ed importante, il merito è delle parrocchie […] Il Palio, dunque, è un regalo che i cattolici hanno fatto a Vigevano. Non lo si dimentichi, adesso che è diventato patrimonio di tutta la città». A simboleggiarlo l’ingresso solenne del vescovo accompagnato dal sindaco in occasione del pontificale previsto per la domenica della festa, salutati dai vigevanesi e dal corteo dei figuranti delle Contrade, divenuto dal 1989 quello della Corte di Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti. All’epoca mons. Mario Rossi e Carlo Santagostino, quest’anno mons. Maurizio Gervasoni – che festeggia negli stessi giorni il decennale dell’ordinazione vescovile – e il primo cittadino Andrea Ceffa. 

EVOLUZIONE In mezzo vari avvenimenti. Nel 1982, oltre alla sfilata in costume e alla scelta del periodo ducale come punto di riferimento, ci fu l’introduzione delle 9 contrade storiche più 3 inventate per eguagliarle al numero delle parrocchie cittadine a cui sono abbinate, così come l’avvento delle prove da superare – che richiamano quelle di “Giochi senza frontiere”, programma televisivo internazionale che Vigevano ospitò nel 1968 e nel 1991 – per aggiudicarsi il cencio, il drappo dedicato al Beato Matteo e realizzato da pittori locali. Le prime versioni furono disegnate da Paolo Caruso e da Elisabetta Perfetti, che tra l’altro è anche l’autrice degli stendardi delle Contrade. Nel 1984 la manifestazione si spostò dalla Piazza al Castello e si aggiunse il “Bando si sfida”, pronunciato dal rione vincitore dell’edizione precedente, a cui risponde una delle undici sfidanti. Nel frattempo si sono aggiunti anche i gruppi storici, come l’Armeria Ducale e i “Musici e Alfieri dell’Onda Sforzesca”, e il torneo ha assunto il suo assetto definitivo: il gioco dell’albero del melo cotogno, ispirato al fondatore della dinastia Sforza, in cui bisogna lanciare delle fettucce nel tentativo di centrare l’albero stilizzato, apre le danze, seguito dalla corsa con le carriole, arduo cimento in cui occorre caricare e scaricare due volte venti ceppi di legno senza perderne nessuno nel tragitto, e da quella con il cerchio, riservata alle dame, il cui compito è spingere un cerchio con un bastone di legno, superando degli ostacoli. Infine il gioco della torre, che richiede di “ricostruire” l’edificio simbolo della città nel minore tempo possibile: vince chi suona per primo la campanella. Quest’anno dovrebbe esordire una nuova sfida e c’è attesa per conoscerne le caratteristiche. 

CHI MANCA Al di là di questa novità, il Palio inizia a mettere nel mirino il cinquantesimo e può essere utile chiedersi quali saranno le sfide per i contradaioli nel futuro prossimo. In tutto questo tempo la manifestazione ha saputo coinvolgere sempre più il tessuto socio-culturale e socio-economico cittadino, nondimeno alcuni gruppi o comunità hanno sentito meno il richiamo dell’evento. Tra quelle storiche si possono citare le frazioni e il Gifra, che pure insiste intorno al convento dei frati cappuccini e quindi non è parrocchia né amministrativamente parte della Diocesi, avendo un percorso particolare, più di recente i principali gruppi di origine straniera che sono ormai radicati nelle trame della città, ma che in molti casi ne restano estranei rispetto alle tradizioni. In un momento in cui l’inclusione sociale rappresenta di nuovo una sfida per Vigevano proprio il Palio potrebbe raccogliere il guanto. 

Giuseppe Del Signore 

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