Gesù nasce in un tempo di pace per ricordare e la visione conclusiva della storia per i cristiani è il Figlio dell’uomo che sconfigge le bestie del male. La riflessione del vescovo di Vigevano, monsignor Maurizio Gervasoni, intervistato da L’Araldo per la solennità di Natale, si muove tra il desiderio di sopraffazione e di violenza dell’uomo, che domina l’attualità così come ha dominato gran parte del percorso degli uomini sulla terra, e la promessa di pace, che è forse il desiderio rimasto sul fondo del vaso di Pandora del cuore umano e che spiega il desiderio di religiosità che si manifesta anche in un’era che pare caratterizzata dal materialismo.
Natale e l’avvento sono un tempo circolare in una società schiacciata in una concezione del tempo lineare. Sono compatibili?
«La nostra cultura ha accentuato l’immagine del tempo lineare a scapito di quella circolare. Tuttavia il problema non è di concezione del tempo, ma di elaborazione dell’identità e del ruolo della memoria in quest’ambito. Costruiamo un’identità sulle infinite possibilità di cui disponiamo senza saperne fino in fondo i connotati, le caratteristiche, il valore. Questo però porta a una consumazione della memoria, assistiamo all’enorme fruizione di situazioni che non si stratificano mai, che non sono mai assunte per costituire un’identità che è destinata a morire. Il vero problema di questa specie di concezione lineare del tempo è che questo non ha mai fine, perché non parte mai dalla percezione della contingenza radicale del soggetto che la pone. È simile a un delirio piuttosto che a un’elaborazione di identità. Per questo il tempo dell’Avvento, che invece ci presenta la vigilante attesa del Signore che viene, stabilisce che il tempo finisce con l’incontro di qualcuno che dà senso a una fatica che caratterizza la tua vita.
La nostra cultura tende a bruciare il carattere liturgico del tempo, non tanto la distinzione tra il tempo circolare e il tempo lineare, ma il tempo come elaborazione storica del senso. Questa mi sembra una caratteristica del tempo di Natale, tempo di riappropriazione della propria storia come storia sensata
Qual è il messaggio del Natale?
«È una riconduzione della storia dell’umanità e degli uomini a una dimensione etica e aperta alla trascendenza come condizione di autenticità. È interessante notare che è proprio la scansione storica della cultura religiosa ebraica a sottolineare la peculiarità del tempo del Natale, perché la visione apocalittica tende a mostrare che la storia degli uomini è una storia di combattimento tra il bene e il male, dove l’umanità è tendenzialmente sopraffatta dal male. Ci sono perciò queste potenze cosmiche, storiche, che governano l’umanità e la costringono a una situazione sempre di combattimento, sempre di pena, sempre di difficoltà. Fare il bene è difficile, è una mission impossibile, mentre sarebbe la cosa che potrebbe dare pace all’uomo. Occorre perciò un condottiero capace di vincere le potenze del mondo. Questa visione negativa trova soluzione con l’avvento del Signore che vince le potenze del mondo. Le visioni di Daniele sono significative, per cui i grandi poteri della storia si sostituiscono l’uno all’altro come delle bestie sempre più grandi, sempre più crudeli, sempre più impossibili da vincere, sempre più arroganti. Ma la vittoria è stabilita quando scenderà il figlio dell’uomo dal cielo. La visione conclusiva della storia è quella di un figlio d’uomo, non quella di una bestia. Un figlio d’uomo quindi una prospettiva di pace. Il Signore che sconfiggerà i poteri della violenza sarà un bambino appena nato, accolto con amore, che apre la possibilità agli uomini deboli, fragili, bene e nell’amore. Questo è il mistero del Natale e direi che è il potere cosmico-storico del bimbo di Betlemme».

Come possiamo calare questa solennità in una realtà in cui la pratica religiosa si attenua e ciò che conta è l’impaziente realizzazione dei bisogni “qui e ora”?
«Prima di tutto è da verificare che la pratica religiosa sia in calo, perché anche dal punto di vista delle religioni tradizionali la pratica religiosa mantiene un suo fascino. Anche in passato non dobbiamo dimenticare che la fedeltà alla pratica religiosa non era entusiasmante ed era anche sostenuta da ritorni sociali importanti. Oggi i ritorni sociali importanti non ci sono più, non c’è la pratica religiosa generalizzata, questo sì, però quella nicchia, quella parte di popolazione che vive con intensità questa dimensione della vita umana mi sembra che ci sia. Ci sono di fatto però nuove forme di religiosità, che magari non sono religiose perché non si riferiscono a una trascendenza. E qui si pongono due osservazioni. Uno, non è vero che la popolazione di oggi non ha senso religioso. Ha un senso religioso di spiritualità interiore e di autenticità, le cui forme di manifestazione, essendo legate all’individualità, sono difficili da vedere».
E la seconda?
«L’altra considerazione è che la religiosità, cioè la ricerca del senso in un assenso fiduciale, si sposta a quelle manifestazioni sociali che attirano il consenso delle persone. Allora, certi modelli di riferimento sportivo, certi idoli dell’ambito dello spettacolo, certi modelli di ritorni di monarchia vestiti di democrazia per cui occorre l’uomo forte, l’uomo che interpreta il destino dell’umanità, cui dar fiducia e non invece impegnarsi in una responsabilità costruttiva, sono tutte forme religiose. Infine c’è questa forma strana di affidamento del senso della vita a un atteggiamento che elimina la coscienza. Per cui l’essere ubriachi, cercare lo sballo, cercare l’evasione che dà soddisfazione, che riempie la sensibilità ed esclude la responsabilità. Si direbbero semmai forme più demoniache che non religiose, però siamo dello stesso genere.
Ecco, il vero problema invece è di recuperare l’autenticità della libertà nella figura della trascendenza e questo passa attraverso il confronto di amore e di giustizia con gli altri. Beh, questo credo che sia sempre stata una difficoltà dell’umanità.
La comunità diocesana come arriva al Natale? In ottobre l’Assemblea Diocesana ha aperto la seconda fase del programma pastorale, simbolicamente raffigurata da un’icona raffigurante la manna. Lei ha detto che «non si può edificare una comunità senza riconoscere e condividere il bisogno dell’altro»: siamo una comunità nel deserto?
«Magari. Il deserto di per sé è la condizione ambientale che avvicina di più all’autentico atteggiamento di ricerca di Dio. Quindi in questo senso il programma pastorale e l’icona che abbiamo assunto ci spinge sempre di più a fare in modo che il senso della vita venga ricercato nello sguardo dell’altro. Uno sguardo dell’altro che non è assetato di desiderio di sé contro l’altro. E questo però avviene soltanto nella ricerca costante e radicale di Dio che ti spinge ad andare verso la terra promessa. Quest’anno noi facciamo un esercizio per imparare a leggere dal bisogno della vita la necessità dell’autentico incontro con l’altro come alimentazione di una speranza che dà speranza. Non è possibile una Chiesa che tolga di mezzo questa costituzione ed è anche sbagliato, perché la terra è promessa, ma se tu fai del cibo il tuo scopo quel fine non lo raggiungi. Occorre la manna, occorre che ti venga dato il cibo come un dono che viene da Dio per il bisogno dell’oggi, in modo che il tuo bisogno non diventi il tuo idolo. Questo è il problema della manna. Perché se tu invece lo prendi come idolo, in Egitto avevamo le pentole con la carne e le verdure. Si stava meglio. Ma come? Là eravamo schiavi, eravamo soggetti ad altri, nella terra promessa dovremo costruire insieme, osservando la legge di Dio e non idolatrando il nostro desiderio, e avremo il nuovo giardino».
Lei è anche delegato della Conferenza episcopale lombarda per il socio-politico: Vigevano e Mortara affronteranno nel 2026 le elezioni amministrative, qual è l’augurio che si sente di muovere alle cittadinanze e alle classi dirigenti dei due centri principali della Diocesi?
«La prima che i cittadini di Vigevano e di Mortara imparino a capire che la democrazia non si vive solo nelle elezioni, che tra l’altro non interessano quasi più, ma in una costante attività di partecipazione e di condivisione della ricerca del bene comune. L’altra cosa è che le persone che si mettono a disposizione per il governo del territorio, la smettano di considerare l’altra parte come il nemico da ammazzare. L’altra parte è semplicemente la parte di persone che la pensano diversamente su alcune cose, ma devono essere e sono concordi sulla volontà di cercare il bene comune insieme con gli altri, magari arricchendosi anche dei pareri diversi. Sarà utopia però è l’unica possibilità di vivere la democrazia. Infine servono una maggiore attenzione alle situazioni più fragili perché questo crea un’attenzione alla giustizia più alta, e provare a concentrare l’attenzione sulle possibilità di sviluppo che questo territorio può dare e deve dare. Cioè che la Lomellina possa uscire dalla condizione di aria interna e possa dare speranza ai giovani di impegno e di occupazione e di vita qui e non pensare di dover andare altrove per vivere meglio. Questa cosa comporta assumere le sfide che l’oggi ci dà e che non c’erano in passato. E occorre l’umiltà di saperlo riconoscere e di cercare tutti gli aiuti possibili».
La natività richiama la Terra Santa, lei di recente è stato in quei luoghi insieme agli altri vescovi lombardi e ne ha parlato anche in occasione della recente festa di Sant’Ambrogio. Cosa la ha colpita di quel viaggio e in che modo ci parla la Terra Santa?
«È stato un viaggio arricchente per il confronto con una realtà che è distante dalla nostra, ma che può trovare invece situazioni molto simili anche da noi. Quando i gruppi etnici, i gruppi umani, i gruppi religiosi, i gruppi di interesse, si chiudono su loro stessi senza accogliere gli altri e avanzando rivendicazioni disgiuntive, aggressive, il risultato è una convivenza che o è totalmente distruttiva, e qui l’immagine di riferimento è Gaza, che praticamente è stata rasa al suolo, con le persone costrette ad andare a destra e a sinistra per non restare schiacciate. È veramente una cosa di un’assoluta inciviltà e crudeltà, che però gli uomini di oggi sono riusciti a fare. Oppure la convivenza di gruppi etnici con insediamenti che continuano a crescere, con urbanizzazioni molto avanzate, con riferimenti a strumenti giuridici di amministrazione collaudati, ma che finiscono di accentuare invece le posizioni di conflitto, di odio, di avversione e di mancanza di fiducia.
Ancora una volta, chi paga il prezzo più alto sono le classi più deboli. Israele si presenta come uno stato forte a livello amministrativo, a livello militare, a livello economico.
Però il tessuto sociale al suo interno è molto variegato e segnato da presenza di povertà importante e anche da una disomogeneità. I palestinesi invece molto più sfilacciati dal punto di vista istituzionale, con un impianto non certamente moderno di governo e di identità, ma comunque fortemente oppressi e senza possibilità di sviluppo per il futuro. Ecco, questa contrapposizione accentua la costruzione di un’identità forte perché contraria, non perché orientata a un modello di sviluppo condiviso. Noi abbiamo cercato di condividere la condizione di vita anche delle comunità cristiane, che sono minoranza. Minoranza come numero, perché sono pochi. Minoranza perché non sono la religione ebraica e islamica. Minoranza anche perché la forza politica è irrisoria. E infine minoranza perché i cristiani sono divisi tra di loro. Tuttavia proprio il fatto di non essere afferenti a una maggioranza permette lo sviluppo di situazioni di dialogo e di vicinanza».
In molti luoghi della terra questo sarà un Natale di guerra o di sofferenza. Si muore in Ucraina, in Sudan, a Gaza e in molte altre terre del mondo.
«È interessante notare che Gesù nasce nel momento della Pax Romana, la guerra non c’era. È anche vero che Gesù muore nel periodo della Pax Romana e subito dopo, con la rivolta giudaica, arriverà anche un esercito romano a distruggere la città. Questa isola di pace si associa all’immagine di pace di un bambino che nasce. Gli uomini adulti creano un ambiente che è appunto quello della guerra, quello, come diceva papa Francesco, della cultura dello scarto. Non dimentichiamo che, i quasi 80 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, per noi sono stati un tempo assolutamente eccezionale. Nella storia dell’umanità non è mai stato vissuto un periodo così lungo di pace. Quindi il paradosso è che Natale in questi popoli in guerra purtroppo replica la condizione che gli uomini preferiscono vivere. I cristiani devono fare in modo che Gesù nasca in tempi di pace il più possibile. Ecco, quello sì. Sapendo che questa è opera di Dio e non degli uomini».
Giuseppe Del Signore





