Contenuto riservato ai sostenitori de L'Araldo
Scuola senza voti, utopia o distopia? La sperimentazione è in corso, in alcuni casi da anni, in diversi istituti secondari italiani e nel mondo è una realtà dal 2016 in Finlandia, ma cosa vuol dire esattamente eliminare i voti? Si tratta di un tema divisivo all’interno del mondo dell’istruzione, spesso ridotto a slogan e a posizione ideologica anche nei media. Il primo punto da chiarire è che anche in Finlandia la valutazione sopravvive; non ci sono i numeri, ma il livello raggiunto è valutato, così come accade anche negli istituti italiani che hanno avviato progetti in una direzione analoga.
LE SPERIMENTAZIONI Si tratta di istituti secondari – anche perché la legge 126/2020 ha eliminato il voto numerico alla primaria, tornando a quando accadeva già dal 1977 con la “valutazione informativa” che chiunque abbia frequentato le elementari conosce, eliminando quanto previsto dalla legge 169/2008 (governo Berlusconi IV) – ovvero medie e soprattutto superiori. Il più celebre il liceo Bertani di Roma sia perché ha fatto da apripista sia perché ha portato avanti la sperimentazione per sette anni; a maggio il collegio docenti della scuola ha archiviato l’idea di una sezione ad hoc, attiva da un anno, e nell’attuale anno scolastico non c’è più una classe, ma ciascun docente può portare avanti il metodo in virtù della libertà d’insegnamento, come spiegato dal dirigente scolastico. La strada interrotta è stata ripresa dal liceo Canizzaro di Palermo, che nel periodo 2023-2024 ha avviato una classe pilota: i voti ci saranno solo a metà e a fine anno, le verifiche saranno valutate con un giudizio descrittivo, ciascuno studente sarà guidato nell’autovalutazione. Ancora più decisa la posizione dell’istituto Volta di Piacenza, solo a giugno il consiglio di classe stabilirà se lo studente ha raggiunto il livello adeguato alla classe successiva, nel frattempo osservazione quotidiana, didattica delle competenze e cooperative learning.
IL CASO FINLANDESE Tutti modelli differenti da quello finlandese e non avrebbe potuto essere altrimenti, visto che il contesto socio-economico, demografico e culturale è imparagonabile. Lo rilevava già nel 2019 il rapporto “Luci e ombre della scuola finlandese” stilato per l’Associazione nazionale presidi dalla dirigente Pinella Giuffrida. Nel testo si sottolineavano le peculiarità di un modello d’istruzione che ha definito come competenze chiave «saper collaborare, prendersi cura di se stessi, riuscire a esprimersi con ogni mezzo, sviluppare un proprio pensiero critico, imparare a riconoscere e rispettare la biodiversità» partendo dal principio di
rendere la scuola un posto più divertente
e promuovendo il benessere a scuola. In Finlandia la scuola dell’obbligo inizia a 7 anni, non a 6, e prima si lascia ampio spazio al gioco lontani dai banchi (è perfino vietato ai docenti insegnare a leggere). Il percorso formativo prevede 9 anni prima della scelta tra un “liceo” o un “professionale” della durata di tre anni. In mezzo nessuna classe, perché non si è divisi per età bensì per competenze raggiunte nelle diverse discipline e dunque i gruppi cambiano a seconda della materia; il concetto stesso di promozione/bocciatura non si pone e la valutazione non è espressa in funzione di un target, ma del processo di apprendimento individuale. Di fatto tutte sono “classi speciali” – comprese quelle per gli studenti con disabilità – un aspetto che nella scuola italiana suona quasi come un anatema. Le aule sono disciplinari – ma non hanno una cattedra – e sono gli studenti a spostarsi da una all’altra, sempre con pause che possono dedicare a ciò che preferiscono in autonomia (leggere, socializzare, giocare), il tutto in strutture pensate e arredate per essere «la prima casa degli studenti finlandesi», che qui trascorrono almeno dieci ore al giorno. Affinché un sistema del genere funzioni, i docenti devono essere professionisti appositamente formati, che hanno scelto questo lavoro, e di conseguenza valorizzati, altri aspetti che differenziano il modello dall’Italia.

CHIAROSCURO I risultati sono un minore stress, un ruolo più attivo degli studenti, un’alta percentuale di laureati, un efficace collegamento col mondo del lavoro, qualità degli ambienti scolastici. Tuttavia anche prima della riforma la Finlandia aveva una tradizione positiva: nel 1880 il 97.6% della popolazione era alfabetizzato, in Italia intorno al 20%, e gran parte dell’attuale struttura è stata definita negli anni Settanta. Non ultimo la Finlandia ha iniziato a sperimentare un declino nei livelli dei test Ocse Pisa, che valutano l’efficienza dei sistemi scolastici, e nel numero di studenti che concludono l’istruzione sapendo leggere correttamente. Secondo alcuni studiosi finlandesi questo sarebbe dovuto al ruolo della tecnologia – in diverse scuole si tengono i telefoni spenti – alla difficoltà rappresentata dai metodi didattici per studenti svantaggiati, come i figli di immigrati che non padroneggiano la lingua, alla mancanza di una formazione culturale adeguata, la “teoria” legata alla lezione frontale.
MEDIAZIONE Più che quello di una scelta tra un modello e un altro, sembra porsi il tema di un approccio didattico multifattoriale, che tenga conto del valore e dei limiti che qualunque strumento ha. Né distopia né utopia, del resto la didattica italiana contempla la maggior parte dei principi accolti anche dalla Finlandia, la differenza principale sembra più la “burocratizzazione”, il tentativo di dare una definizione formale di qualunque cosa. Il problema non sono le griglie di valutazione – che già da anni prevedono i descrittori accanto ai numeri – né l’attenzione all’individuo (si pensi alle casistiche ampie del bisogno educativo speciale), ma la proliferazione di documenti, spesso diversi tra loro e dalla dubbia funzionalità, con cui si devono confrontare docenti talvolta impreparati perché arrivati alla professione in maniera casuale e non causale; è in questi passaggi che si perde di vista il fatto che l’apprendimento, anche nella più classica delle lezioni, è sempre una relazione tra persone, avviene in un contesto ed è un’attività pratica.
Giuseppe Del Signore


