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Lavorare non è più la soluzione alla povertà. Nelle statistiche e negli studi li chiamano “working poor”, lavoratori poveri; nella vita, nel “paese reale” si chiamano Franco, Ahmed, Assunta, Irina, e tanti altri nomi ancora. In Italia sono milioni, sono diversi per storie, luoghi di provenienza, contesti sociali, ma tutti hanno una cosa in comune: nessuno di loro guadagna abbastanza da superare la soglia di povertà, pur avendo un’entrata mensile, e non riesce a tenere il passo con il costo della vita.
RIPRESA A SCADENZA La leggera ripresa economica vissuta dal Belpaese nel corso del 2024 ha favorito una riduzione del tasso di disoccupazione: nel 2024 le persone senza lavoro sono scese da 1.947 milioni del 2023 a 1.664. Ad aprile 2025 l’Istat ha registrato un calo del tasso di disoccupazione al 5,9%, il dato più basso dal 2007. Un fattore positivo, che non ha però intaccato il numero di persone a rischio povertà (ovvero chi non lavora e chi guadagna troppo poco), che restano praticamente immutate: 8 milioni e 550mila persone, 2mila in più rispetto all’anno precedente. A metterlo su carta è un report di Unimpresa (associazione nazionale di imprese) che, elaborando dati Istat, ha rilevato come, a fronte di un calo della disoccupazione, è cresciuta la quota di occupati in condizioni lavorative fragili. Nel 2024, Unimpresa stima in 6 milioni e 886mila gli italiani in questa condizione, 285mila in più rispetto all’anno precedente (+4,1%). A trainare questa crescita sono soprattutto i contratti a termine a tempo pieno, saliti da 2 milioni e 21mila a 2 milioni e 554mila (+20,9%). Aumenta quindi il lavoro “a scadenza”, spesso mal pagato e precario: e benché siano ancora donne, immigrati e giovani le categorie più coinvolte, anche la “working class” tradizionale, gli operai maschi, ne sono sempre più colpiti.

BASSI SALARI È impossibile avere un quadro chiaro dell’occupazione senza considerare infatti la qualità del lavoro. Secondo un dossier di Collettiva (organo di stampa del sindacato Cgil) la crescita dei lavoratori autonomi (+110 mila), nasconde anche forme di autoimpiego forzato, freelance sottopagati e partite Iva “mascherate”. «Molti contratti stabili, inoltre, lo sono solo sulla carta – è il commento della Cgil – si tratta spesso di impieghi part-time involontari, con orari ridotti non per scelta, ma per necessità aziendali. E dietro il calo della disoccupazione si nasconde un dato inquietante: cresce il tasso di inattività, ora al 33.2%. Sempre più persone, semplicemente, smettono di cercare lavoro. Non perché non ne abbiano bisogno, ma perché hanno perso fiducia». Anche perché i salari in Italia restano tra i più bassi d’Europa.
Secondo i dati Eurostat, nel 2023 il Belpaese era uno dei pochi stati Ue in cui i salari reali erano scesi rispetto al 2008. Una tendenza che oggi si accompagna a un’inflazione ancora elevata nei beni essenziali.
LAVORATORI POVERI Nel report “Costruire un futuro più equo: il reddito minimo per combattere la povertà”, realizzato dalle ricercatrici Chiara Agostini e Chiara Lodi Rizzini, ci si interroga sulle possibili soluzioni per contrastare l’indigenza. Ma se le misure di contrasto alla povertà sono sempre più orientate all’attivazione lavorativa, come fare quando il lavoro non basta a sostenersi? «In un Paese in cui il tasso di working poor ha toccato gli 11.5 punti percentuali – si legge nello studio – e dove è proprio il lavoro povero ad alimentare le fila dei vulnerabili, è necessario iniziare a chiedersi quale efficacia possa avere concentrare il contrasto alla povertà sulla condizionalità senza che sia avviata una riflessione più generale sulla qualità del lavoro, sulla sua stabilità, sui salari e sulla conciliazione vita privata-vita lavorativa. Il rischio è infatti che l’occupazione non funzioni più come soluzione alla povertà, ma anzi produca individui impegnati in lavori precari, malpagati e inconciliabili con gli impegni familiari». Dunque lavoratori sì, ma comunque poveri.
NOT A DREAM Una vulgata comune vuole che basti rimboccarsi le maniche e lavorare sodo per costruirsi un futuro scintillante. È un’idea molto in stile “American dream”, un modello che mostra le sue crepe già negli Usa, figurarsi nel Vecchio Continente. Anche perché spesso la povertà diventa ereditaria, come gli ultimi rapporti povertà di Caritas hanno evidenziato parlando in particolare di «pavimenti appiccicosi». Disuguaglianze eccessive nella condizione di partenza delle famiglie portano spesso alla riproduzione di divari educativi, sociali ed economici che ricadono su bambine e bambini. È tale dinamica che alimenta la cosiddetta trappola della povertà educativa. Da questo punto di vista, l’Italia è uno dei paesi europei con minore mobilità sociale, ovvero in cui risulta più difficile per chi nasce in una famiglia povera migliorare la propria condizione economica e sociale rispetto ai genitori. E dai recenti dati Istat, si rileva come la percentuale di famiglie italiane con figli che si trovano in condizioni di povertà assoluta ha superato il 12%. Per questo adeguati livelli di retribuzione e tutele per i lavoratori rappresentano anche una precondizione per garantire alle nuove generazioni condizioni di vita dignitose.
Alessio Facciolo



