Quando nasce “Cavallo Blu”? A quale richiesta d’aiuto avete risposto?
«Cavallo Blu APS nasce dall’incontro tra persone che lavoravano da anni nell’ambito educativo, della salute mentale e della marginalità sociale e che sentivano il bisogno di costruire qualcosa di diverso rispetto ai contesti più tradizionali. Non volevamo creare semplicemente un servizio, ma uno spazio reale di relazione, cultura e cittadinanza. In tanti anni di lavoro nei servizi psichiatrici e nei contesti di fragilità ho visto persone raccontate quasi esclusivamente attraverso ciò che non funzionava: la diagnosi, il disagio, la dipendenza, il fallimento. Cavallo Blu nasce anche come risposta a questo sguardo riduttivo.
L’idea era costruire luoghi in cui le persone potessero essere riconosciute nelle loro possibilità, non solo nei loro limiti.
A chi si rivolge?
«Ci rivolgiamo principalmente a persone con fragilità psichica, disabilità o situazioni di marginalità sociale, ma il punto per noi è sempre stato evitare la creazione di spazi separati. Quando un progetto diventa un luogo frequentato solo da “categorie”, il rischio è confermare le distanze invece di superarle. Per questo cerchiamo di costruire contesti aperti, attraversati da artisti, educatori, studenti, cittadini e persone che magari per anni sono state considerate soltanto “utenti”. Credo che il lavoro sull’inclusione funzioni davvero solo quando produce incontri reali tra mondi diversi».
La collettività e l’impatto sociale sono una delle mission dell’Associazione: ce ne parla?
«Per noi il lavoro sociale non può limitarsi all’assistenza. Se una persona sta meglio ma continua a vivere dentro una comunità che la teme, la evita o la considera invisibile, il problema resta. Per questo abbiamo sempre lavorato molto anche sul piano culturale e pubblico: laboratori aperti, mostre, eventi e collaborazioni artistiche. Non perché la cultura sia un “abbellimento” del sociale, ma perché può diventare uno strumento concreto per cambiare lo sguardo collettivo. A volte basta vedere un’opera, ascoltare una storia o condividere uno spazio per mettere in crisi tanti pregiudizi sedimentati».
“Persone prima che professionisti”: quindi non vi mettete in gioco se non siete certi di avere le caratteristiche umane-pedagogiche per farlo?
«Le competenze professionali sono fondamentali, ma nel lavoro educativo da sole non bastano. Le persone percepiscono immediatamente se davanti hanno qualcuno che le sta semplicemente gestendo oppure qualcuno disposto a entrare davvero in relazione. Chi lavora in questi contesti deve saper stare nella complessità senza avere sempre la pretesa di “aggiustare” tutto. A volte la cosa più importante è creare uno spazio in cui una persona possa sentirsi riconosciuta e non giudicata. Credo che servano preparazione, esperienza e strumenti, ma anche una certa capacità umana di ascolto e di presenza».
Superare i pregiudizi è possibile? Ci racconta gli ostacoli e le vittorie più soddisfacenti?
«È possibile, ma richiede tempo. I pregiudizi più difficili spesso non sono quelli espliciti, ma quelli inconsapevoli: l’idea che alcune persone possano soltanto ricevere aiuto e non produrre cultura, pensiero o bellezza. Una delle soddisfazioni più grandi è vedere persone che per anni erano state identificate soltanto con una diagnosi riuscire a esporsi pubblicamente attraverso il proprio lavoro artistico ed essere guardate con rispetto e curiosità invece che con pietismo. Anche cambiare il linguaggio con cui una città parla della fragilità è già una piccola vittoria culturale. Gli ostacoli però esistono ancora. Realtà come Cavallo Blu APS lavorano in una zona ibrida tra sociale, cultura ed educazione e spesso questo rende difficile essere comprese fino in fondo anche dalle istituzioni. Eppure è proprio in questi spazi di confine che spesso nascono le trasformazioni culturali più profonde».
Qual è l’impatto di questo cambiamento di visione sulla società?
«L’impatto più forte è che cambia il concetto stesso di marginalità. Quando una persona trova uno spazio autentico di espressione smette di essere soltanto “un problema sociale” e torna a essere un soggetto portatore di immaginazione, capacità e relazioni. Questo cambia anche chi lavora nei progetti. Dopo tanti anni nel sociale ho imparato che spesso le persone considerate più fragili hanno sviluppato sensibilità e forme di resistenza umana molto profonde. Esperienze come queste cercano di riaprire spazi più umani e meno competitivi».
Arte come cura per promuovere l’inclusione: un progetto potente…
«L’arte non sostituisce le cure né risolve magicamente i problemi, ma può diventare uno spazio molto forte di dignità e trasformazione. Nei laboratori artistici capita spesso di vedere persone che fanno fatica a raccontarsi verbalmente riuscire invece a esprimere mondi complessi attraverso immagini, scrittura o performance. E quando qualcuno guarda davvero il tuo lavoro cambia anche la relazione con gli altri. L’arte ha questa forza: sposta lo sguardo dalla mancanza alla possibilità. Non cancella la fragilità, ma restituisce complessità alle persone».
“Scenius” non è stata solo una mostra: cosa avete raccolto da quell’esperienza?
«“Scenius” è una piattaforma culturale online attiva dal 2024 che raccoglie e promuove opere provenienti da atelier artistici inclusivi, esperienze di outsider art e progetti legati alla fragilità psichica e sociale. Nasce come galleria online, ma fin dall’inizio l’idea era che non fosse soltanto uno spazio espositivo digitale. Scenius vuole essere soprattutto un luogo di relazione e co-progettazione tra realtà che spesso lavorano isolate: atelier, artisti, educatori, curatori e associazioni. La mostra realizzata a Vigevano è stata una delle prime occasioni pubbliche in cui questa rete ha preso forma concretamente, ma il progetto continua attraverso residenze artistiche, mostre itineranti, archivi digitali e collaborazioni europee. Ci siamo accorti che esiste un enorme patrimonio creativo poco visibile, non perché manchi qualità, ma perché spesso mancano strumenti e contesti capaci di valorizzarlo davvero».
C’è un grande progetto-sogno che le piacerebbe realizzare?
«Mi piacerebbe riuscire a costruire sul territorio uno spazio stabile dedicato all’arte inclusiva e ai linguaggi outsider, non soltanto come sede associativa o laboratorio, ma come luogo realmente attraversato dalla città: uno spazio aperto in cui possano convivere produzione artistica, incontri, formazione e vita quotidiana. Spesso esperienze come le nostre esistono attraverso eventi temporanei, bandi o progettualità intermittenti. Il rischio è che tutto resti sempre precario. Credo invece che territori come Vigevano abbiano bisogno di luoghi culturali nuovi, capaci di mettere in relazione mondi diversi e produrre comunità oltre che eventi. Stiamo lavorando per consolidare atelier permanenti, sviluppare la rete di “Scenius” e creare collaborazioni nazionali ed europee».
Quale idea di inclusione avete in mente?
«Penso che spesso il diritto alla cittadinanza viene misurato quasi esclusivamente in termini di capacità produttiva: sei incluso se lavori, consumi, performi. È una visione comprensibile, ma anche limitante, soprattutto quando si lavora con persone che attraversano fragilità psichiche o sociali. Esperienze come quelle di Cavallo Blu, ma non solo, provano invece a ragionare anche su un altro livello: quello culturale e collettivo. L’inclusione non riguarda soltanto l’inserimento lavorativo del singolo, ma anche la possibilità di essere riconosciuti come soggetti capaci di produrre immaginario, relazioni, linguaggi e cultura. Credo che una società diventi davvero inclusiva quando non considera alcune persone soltanto come destinatari di cura o come forza lavoro da recuperare, ma come cittadini a pieno titolo, capaci di partecipare alla costruzione simbolica e culturale della comunità».
Isabella Giardini



