Il Nobel per la pace ai bambini uccisi dalla guerra, quelli di Gaza così come di ogni conflitto. Non a Trump che lo pretende o a qualche altro potente della terra, ma ai meno potenti di tutti; è la proposta dirompente lanciata l’8 agosto da Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia alla Federico II di Napoli, con una lettera al quotidiano Avvenire: «La lingua ne uccide più della spada. È vero. E mai come oggi lo vediamo nel mare di menzogne in cui anneghiamo, in cui si inabissa l’etica, la politica, il diritto internazionale.
Una menzogna che ci prende alla gola. Ma se è vero questo, è vero anche che la lingua può salvarne più della spada, se è parola di pace. E questa parola dobbiamo dirla. Perché è parola “non uccidere”, è parola la pace, il “patto”, il com-promesso che la sa promettere insieme ai propri popoli, è parola quella della diplomazia che le guerre le evita o le chiude. Diamo parola a Oslo, alla pace nella memoria dei bambini cui è stata negata e che nella pace negata hanno perso la vita. E diamo parola a Oslo alla nostra coscienza, denunciando noi stessi, l’omertà delle nostre omissioni di pace, di dialogo, di fraternità. Non c’è niente che somigli a un uomo, all’uomo migliore che possiamo essere, che un bambino». L’iniziativa dal basso è stata fatta propria da Avvenire, che ha lanciato una petizione alla quale hanno aderito in dieci giorni 17mila persone e che ha continuato a suscitare condivisione, tanto da spingere il giornale ad attivare un indirizzo email ad hoc (petizione.gaza@avvenire.it; per aderire è sufficiente scrivere «aderisco» e inviare). Tra i “sì” convinti che sono arrivati c’è stato anche quello di padre Ibrahim Faltas, direttore delle scuole della Custodia di Terrasanta, secondo cui «i bambini di Gaza sono i testimoni silenziosi del bisogno di pace, un diritto essenziale negato a chi ha dovuto sopportare mancanze, dolori, perdite devastanti» e quindi riconoscergli il premio vorrebbe dire
fermare nella storia il diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto a un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio.
Un diritto che vale per tutti i luoghi in cui i bambini sono vittime della guerra o di regimi; in questi giorni di rientro a scuola è opportuno ricordare che ci sono luoghi del mondo in cui i bambini non hanno diritto a sedere tra i banchi o lo fanno col rischio di essere bombardati: Gaza, Sudan, se si è bambine l’Afghanistan dopo i 12 anni, per l’Unicef sono 93 milioni i bambini che non possono frequentare la scuola. La guerra insomma fa quello che tentarono di fare i discepoli con Gesù, che però li fermò: «Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli». Se anche non potranno vincere davvero il premio Nobel per la pace – di solito è conferito a persone o organizzazioni e solo chi riveste determinati ruoli può proporre una candidatura – potrà essergli restituita quell’umanità che la definizione di «danni collaterali» tenta di togliergli.
Giuseppe Del Signore

