C’era una volta il walkman, status symbol degli anni ’80. In Italia lo si chiamava mangianastri: di fatto è quello che sembrava fare, quando l’audiocassetta veniva inserita in quel suo sportellino obliquo, che parevano fauci spalancate, e la musica cominciava a uscire dalle cuffiette. Preistoria: le cassette, che già avevano mandato in pensione i grossi vinili, nel giro di una quarantina d’anni hanno lasciato il posto ai compact disk, i quali si son fatti dire au revoir dai lettori Mp3, gli stessi dispositivi che ora giacciono dimenticati in fondo a qualche cassetto perchè la musica, adesso, si ascolta in streaming, su librerie infinite governate da quel neuromante oscuro noto come algoritmo. Persino le cuffiette non sono più le stesse: i vecchi jack, agli smartphone più recenti, non si attaccano. E quindi finiscono anche loro nel cassetto di cui si diceva poc’anzi, ad aggrovigliarsi con cavi e connettori d’altre epoche come floppy disk, zip drive, cd rom. Le chiavette Usb li hanno resi obsoleti, i cloud storage ne hanno decretato la fine. Eppure, ci sono nicchie dove i dispositivi obsoleti vivono una nuova vita…
IL SUONO Quello della nostalgia è un mercato che non si esaurisce mai: si inserisce in parte in questo filone il revival che, nell’ultimo decennio, sta interessando i dischi in vinile, supporti per l’ascolto ideati negli anni ‘40 e mai scomparsi, complice una nicchia di appassionati che ne apprezzano sia il suono, sia l’oggetto in sé. Il vinile suona diverso, dice qualcuno: e pur sfatando un po’ questo mito, una punta di verità c’è, spiega Marco Nicolò, sound designer. «Gli oggetti analogici si deteriorano con il tempo. Quello che si dice, che il disco in vinile si sente in maniera diversa è vero, ma succede le prime tre volte, e ogni volta in maniera differente, per effetto dell’usura delle puntine del giradischi». Al netto che il miglior sound del vinile sia una mezza leggenda, esistono però altri motivi per l’acquisto di un disco: «Io sono una persona che acquista vinili, perchè avere un disco fisico in mano è una dimostrazione di proprietà inequivocabile, cosa che non avviene quando paghi l’abbonamento a una piattaforma di streaming». Il collezionismo tiene vivo anche il mercato di cd e cassette, un po’ per voglia di revival, un po’ per iniziative commerciali:
Le band k-pop, per esempio – spiega Cesare Bonomi, bassista e blogger – allegano card o gadget ai cd, e per completare la collezione bisogna comprarne più d’uno.
SCADENZE Se i fan delle band coreane sono un esercito sterminato, in grado da soli di tenere in piedi un mercato, lo stesso non si può dire degli appassionati di vecchi pc. Sebastiano Carcano, elettricista, nel tempo libero si diletta di retrogaming e assemblaggio computer: un geek vecchio stampo, abituato a trafficare tanto con l’analogico quanto col digitale. Alcuni supporti sono tutt’altro che eterni: «Cd e dvd hanno una data di “scadenza” e questo vale pure per i Blue ray, anche se resistono di più. I nastri magnetici (quelli di audiocassette e videocassette) invece durano, ma si rovinano con l’umidità e, per quanto riguarda audio e video, il contenuto è di qualità più bassa». Difficile che qualche tecnico si imbatta in simili reperti: «Dovendo essere sempre al passo coi tempi – racconta un consulente di Ntt Data, multinazionale giapponese di system integration – per fortuna non ho mai avuto a che fare con sistemi che necessitavano di supporti anacronistici». E dal paese del Sol Levante arriva una di quelle delle storie di arcaismo tecnologico dove il confine tra burocrazia e necessità tecniche si assottiglia.

DAL GIAPPONE La percezione occidentale del Giappone è quella di un paese all’avanguardia. Ma i neon di Akihabara, quartiere simbolo dell’elettronica nipponica, sono solo uno dei volti di una società a tratti molto conservatrice. Fino al 2024, ai giapponesi veniva ancora chiesto di inviare documenti ad alcuni uffici della pubblica amministrazione utilizzando i floppy disk: una procedura anacronistica (dischetti fuori produzione dal 2011) destituita con l’abrogazione di 1.034 regolamenti che richiedevano l’uso di dispositivi di archiviazione obsoleti in tali situazioni. Attraversando l’oceano Pacifico, e approdando negli Stati Uniti, c’è invece una metropolitana che, a poca distanza dalla Silicon Valley, trasporta oltre centomila persone al giorno… grazie a un floppy disk. La metropolitana Muni Metro di San Francisco utilizza un sistema di controllo ferroviario installato nel 1998, che richiede il caricamento quotidiano tramite un dischetto da 3.5 pollici. Nell’ottobre 2024 l’agenzia dei trasporti ha approvato un contratto da 212 milioni di dollari per sostituire il sistema, progetto che proseguirà fino al 2034. Sistemi di questo tipo sono infrastrutture complesse: sostituirlo richiede investimenti e una transizione che non comprometta il servizio.
Alessio Facciolo


