Il Vangelo di questa domenica inaugura il Tempo Ordinario con una scena sobria ma di straordinaria densità simbolica: Giovanni il Battista vede Gesù venire verso di lui e lo indica pubblicamente. Non compie gesti eclatanti, non alza la voce per attirare attenzione, non costruisce una strategia comunicativa, ma pronuncia parole essenziali che orientano lo sguardo di chi ascolta:
Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo.
È un gesto che ha il sapore della testimonianza limpida, quasi di una cronaca dal vivo: Giovanni osserva ciò che accade, lo interpreta alla luce della sua esperienza di fede e lo consegna agli altri senza trattenerlo per sé. Gesù non viene presentato come un’idea religiosa, né come un leader carismatico, ma come una persona concreta che entra nella storia e la attraversa. Il titolo dell’Agnello richiama la Pasqua, il sacrificio, la liberazione: non un’immagine rassicurante, ma il segno di un amore che passa attraverso il dono di sé e il confronto con il male. Giovanni parla del “peccato del mondo”, non dei singoli errori individuali, ma di una realtà più ampia e profonda, che segna le relazioni, le strutture sociali, le coscienze personali. In un tempo che tende a relativizzare il male o a ridurlo a questione privata, il Battista ha il coraggio di nominarlo e, insieme, di annunciare che non è invincibile. Colpisce poi la sua disarmante sincerità quando afferma, ripetendolo due volte, «io non lo conoscevo»: non è una contraddizione, ma la confessione di un cammino. Giovanni non possiede Dio, non lo usa a proprio vantaggio, ma lo riconosce quando si manifesta. La fede, suggerisce il Vangelo, non nasce dalla sicurezza di avere risposte pronte, ma dall’umiltà di cercare, ascoltare e attendere un segno. Quel segno è lo Spirito che scende come colomba e rimane su Gesù: non un’emozione passeggera, ma una presenza stabile, che accompagna e sostiene la sua missione.
A questo punto Giovanni compie una scelta decisiva: fa un passo indietro. Avrebbe potuto continuare a essere il centro dell’attenzione, a raccogliere consenso e seguito, invece indica un Altro e si ritrae. «Io ho visto e ho testimoniato»: due verbi che diventano programma per ogni credente e per la Chiesa nel Tempo Ordinario, tempo della fedeltà quotidiana più che degli eventi straordinari. Vedere Cristo all’opera nella storia e testimoniarlo senza sovrapporsi a Lui, senza cercare visibilità, ma aiutando altri a incontrarlo. In questa domenica il Battista ci ricorda che la vera grandezza della fede non sta nel parlare di sé, ma nel saper indicare, nel dire con sobrietà e verità “Ecco”, e nel lasciare che sia il Signore a parlare ai cuori e a orientare i passi di chi si mette in cammino.
don Paolo Butta


