21 dicembre, IV Domenica di Avvento

Il Vangelo che la liturgia ci offre in questa quarta domenica di Avvento racconta uno degli episodi della vita di Gesù, forse tra i più conosciuti, ovvero l’annuncio della sua nascita. Questa domenica ci viene raccontato secondo la versione dell’evangelista Matteo pone l’accento e il protagonismo sulla figura di Giuseppe. Viene raccontato che rapporto c’era in quel momento tra Maria e Giuseppe, che tipo di persona era Giuseppe e che cosa lo avesse aspettato da lì a poco.

Giuseppe e Maria erano nel momento del fidanzamento, quindi non ancora nel matrimonio vero e proprio ma nella tradizione giudaica il fidanzamento aveva la stessa forza del matrimonio tanto che se la donna avesse tradito durante questo periodo sarebbe stata considerata comunque adultera andando incontro a conseguenze anche legali. Ecco perché sorgeranno in Giuseppe tutte le preoccupazioni riguardo al ripudio di Maria. Giuseppe era un uomo giusto e questo si capisce dal fatto che subito nel racconto evangelico viene detto che, data la situazione, per non mettere in difficoltà Maria la voleva ripudiare in segreto per non esporla a una gogna pubblica. Di Giuseppe viene detto che è anche figlio di Davide, membro di quella casata che un tempo governava Israele e di cui farà parte anche Gesù.

Tutto il racconto avviene nel contesto del sogno, una contesto tipico per la manifestazione divina, uno dei “canali” che Dio utilizzava per comunicare con il suo popolo.

Le parole che l’angelo rivolge a Giuseppe fanno intendere come Giuseppe fosse preoccupato di quella situazione, avesse paura: “non temere di prendere con te Maria” (Mt 1,20); un frase molto simile a quella che l’angelo rivolge a Maria, nello stesso contesto nel racconto lucano: “Non temere, Maria” (Lc 1,30). L’angelo rassicura Giuseppe che Maria non lo ha tradito ma che il bambino che porta in grembo è generato dallo Spirito Santo, è un’opera speciale di Dio in cui un ruolo ce lo avrà anche Giuseppe in quanto l’angelo gli chiede di esercitare la sua paternità legale imponendogli il nome di Gesù. L’imporre il nome è, nella tradizione giudaica, un compito specifico del padre e il nome non è solo un qualcosa di estetico ma indica l’identità profonda del bambino che nascerà e la sua missione che nel caso di Gesù è proprio la salvezza degli uomini (Gesù nella traslitterazione ebraica sta proprio a significare il Signore salva). Giuseppe a questo punto si sveglia e prende una decisione che pare andare contro la buona fama, la preoccupazione del buon nome, sceglie di essere un aiuto discreto e silenzioso al progetto di salvezza che Dio ha per gli uomini accettando come sposa Maria e facendosi carico di questo figlio non propriamente “suo” che è destinato a un grande e doloroso futuro. Grazie anche al sì di Giuseppe possiamo attendere con gioia la venuta del Salvatore.

Alessio Moretto, salesiano

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