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    La riflessione del Vescovo: Coronavirus e vita di Chiesa

    L’emergenza Coronavirus chiede di limitare i contatti tra persone, perché proprio quelli favoriscono la diffusione del virus. Detto in termini a noi più familiari, l’approccio delle persone tra loro diventa non un veicolo di bene, ma può causare il male di persone anche inconsapevoli e forse fragili, a rischio della vita. E’ perciò un problema morale di carità cercare di evitare il contagio.

    2. Le relazioni umane e sociali, però, sono anche strutturali, ossia non sono facoltative per la vita personale e sociale. Esse devono comunque essere attivate, altrimenti si muore lo stesso o ci si abbruttisce. E’ perciò problema morale grave permettere le azioni sociali che permettono alle persone di vivere. Tra queste azioni ci sono quelle, più evidenti, di soccorso e cura ai malati, ci sono quelle che permettono l’approvvigionamento dei beni di prima necessità, ci sono quelle legate alla funzione pubblica, ci sono quelle che alimentano l’economia di sistema, ci sono quelle che danno coraggio alle persone nel trovare un senso a ciò che stanno vivendo e non cadere in depressione o disperazione… Anche queste azioni hanno urgenza morale e interpretano la fede profonda di chi le fa e le ordina.

    3. Nel caso specifico del Coronavirus occorre ricordare anche alcuni elementi di natura strutturale e politica che presuppongono scelte etiche di fondo. L’epidemia in corso è grave, ma non letale, se non in misura ridotta. Le conseguenze sanitarie sulle persone sono comunque gravi e penose. L’elemento su cui il legislatore si concentra è quello di avere risposte efficaci per i casi in cui la malattia produce aggravamento respiratorio che, se non adeguatamente trattato, può diventare letale. Il tasso di mortalità è perciò variabile non solo per ragioni genetiche, ma anche per ragioni strutturali e sanitarie. Questo delta può essere preoccupante. Il tentativo allora è quello di aumentare le strutture sanitarie, senza diminuire troppo quelle che rispondono all’enorme richiesta sanitaria ordinaria, in modo da curare il maggior numero possibile di pazienti. Ciò comporta molte conseguenze organizzative, scientifiche, economiche e sociali. Tra le strategie di riferimento c’è anche l’introduzione di comportamenti sociali che limitino il più possibile la diffusione del contagio. E’ quello che si sta cercando di fare.

    Il problema è sapere fino a che punto è efficace e fino a che punto non sia esso pure negativo per la vita di tutti. Nel considerare i comportamenti prudenti non ci si deve ispirare solo a quelli che portano alla soppressione delle relazioni sociali, ma occorre introdurre anche quelli che, pur limitanti, consentono prudentemente tali relazioni

    4. Le relazioni sociali religiose come si collocano in questo scenario? Qui in gioco è anche la convinzione credente di fondo. Chi ritiene che le pratiche religiose sono fisime personali di alcuni, arriva alla conclusione che vanno proibite finché i rischi di contagio sono gravi. Chi, invece, ritiene che proprio grazie a esse le persone possono impegnarsi con più forza e più amore ad affrontare le difficoltà di questo momento in cui tutti siamo bisognosi, chi ritiene che il senso della vita non è un elemento facoltativo o regolabile dall’esterno della coscienza delle persone, chi sa che la fede alimenta la carità e il rispetto di tutti, anche di chi non crede come credo io, chi sa che proprio per questo si può anche dare la vita per amore… allora queste pratiche vanno consentite e rispettate. Occorre assumere le procedure che permettono le interazioni con prudenza, con responsabilità e con coraggio. Stabilire regole di approccio senza negare mi sembra doveroso e civile, oltre che prudente. L’incidenza all’estensione del contagio in questi casi e in questi modi dovrebbe essere scarsa e comunque monitorabile.

    Insomma vivere nel contagio resta comunque actus humanus e non solo actus hominis

    5. Un’altra riflessione riguarda la prova di fede che questa vicenda ci propone. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire. L’esperienza delle lamentazioni fa capire che il rapporto con Dio non può essere asettico e sempre uguale. Ci sono situazioni dove l’uomo non è protagonista tecnico della situazione, ma deve adattarsi e resistere. E’ il tempo della prova, in cui le sicurezze sono sconvolte ed essenzializzate. L’unica cosa che sembra rimanere è la fede in Dio. In gioco allora è proprio la fede, che trasforma radicalmente la vita, rendendola così “eterna”, anche se mortale. Mettere Dio al primo posto nella vita è ciò che la fede chiede. Ma che significa mettere Dio al primo posto? In questi giorni emerge con forza la provocazione del non poter celebrare l’Eucaristia. Non poter celebrare l’Eucaristia è visto come non poter mettere Dio al primo posto. Provocazione al martirio o persecuzione? Prima di rispondere bisogna capire che cosa il Signore ci sta chiedendo oggi. Viste le ragioni morali sopra indicate, mi sembra che Dio ci chieda innanzitutto di aprire gli occhi per vedere e gli orecchi per udire.

    Il Signore ci sta chiedendo di bussare, di cercare, di metterci in cammino senza riserve nel deserto della vita, sapendo che dobbiamo avere fiducia di Lui. Quale qualità caritativa e credente di vita tra noi con il Coronavirus? Questo è ciò che il Signore ci chiede oggi e sempre

    Questo atteggiamento non si identifica con la celebrazione eucaristica tout court. Il Signore forse ci fa capire quanto il nostro cuore sia come quello dei ricchi che non cercano né desiderano il Regno di Dio. Egli ci vuole svelare la nostra più profonda povertà mettendoci nella condizione di toccare con mano che il nostro sapere, la nostra tecnologia, i nostri soldi, le nostre tradizioni non sono sufficienti. Siamo nella situazione in cui molte persone vissero e morirono nel passato. A loro non restava che la preghiera e il desiderio di una persona eroica che avesse il coraggio di stare vicina, rischiando la sua vita. Senza questa dimensione della fede l’Eucaristia non è rendimento di grazie per il Regno e la salvezza, ma ripetizione più o meno devota di una tradizione che rassicura e che nei tempi della prova può sembrare risolutiva di tutto e invece rischia solo di coprire le nostre paure. Si rischia di guardare il sabato, ma di non vedere l’uomo. Si salva la tradizione e si perde il comandamento. Su questo tema giochiamo il cuore del cristianesimo. Esso afferma che la carne del Verbo incarnato ci salva. La santità cultuale finisce di coincidere con quella morale, perché l’uomo viva in pienezza il culto spirituale nella carità di Cristo. Gesù dona il suo corpo e il suo sangue dandoci da mangiare. Questo dobbiamo fare anche noi in sua memoria. L’Eucaristia ripete il gesto di Gesù nel sacramento perché Gesù stesso sostenga il nostro donarci agli altri: «Fate questo in memoria di me». Gesù non ci ha salvato nel rito della cena, ma sulla croce e nella risurrezione.

    L’Eucaristia in questo senso appartiene in modo speciale alla natura pubblica della fede cristiana e perciò al carattere profondo della carità divina a noi data in Gesù e nello Spirito. Le comunità hanno bisogno di riappropriarsi e di nutrirsi del mistero pasquale per vivere con coraggio e forza la vita di carità. Il Coronavirus ci mette alla prova sul carattere eucaristico della nostra vita, perché ci spinge nella sequela di Gesù sul Calvario

    L’Eucaristia ci permette di non avere paura e di non chiuderci in noi stessi come comunità, ma di aprirci al vangelo, facendo memoria di Gesù che dà la vita per i suoi.

    6. Non dimentichiamo, tuttavia, che quella del Coronavirus si presenta come una situazione transitoria. Occorre allora, viste le restrizioni di aggregazione, che tanto occupa la vita della Chiesa, fare riferimento in modo più massiccio alla preghiera e al coraggio del servizio. Questo interpella ognuno e tutti. La celebrazione eucaristica permette alla comunità di guardare al Risorto, riconoscendo in lui il volto del Crocifisso, sentendo nel cuore le parole di Gesù: «Oggi sarai con me in paradiso». La celebrazione dell’Eucaristia, in concreto, dovrà essere adattata alle regole di prudenza dei partecipanti, alla forzatura della trasmissione telematica, soprattutto per testimoniare che la comunità credente è con il suo Signore, con tutti e per tutti. Non dovrà essere equiparata a un evento teatrale o mediatico. In questa Quaresima il Signore ci permette alla prova. Ci chiede di fare fatica, di rinunciare a tante di quelle cose che ci permettevano di avvicinarci a Gesù sofferente e buono.

    Ma forse ci chiede di aprire gli occhi per ripensare più profondamente il senso vero della nostra vita e di capire meglio il mistero dell’Eucaristia perché ci è stata tolta l’anestesia dell’ideologia consumista e nichilista che fa dell’individuo l’unico

    Nell’ultimo sinodo diocesano sulle unità pastorali abbiamo scelto come criterio generale non l’adattamento delle azioni celebrative del clero, ma di lasciarci provocare dalle esigenze che la missione ci dona andando dove gli uomini vivono. Lo faremo anche per il Coronavirus come ha fatto Teresio Olivelli a Flossenbürg.

    7. Infine occorre chiedersi quali azioni pastorali proporre in questa Quaresima di emergenza pastorale. Le dimensioni della preghiera e del servizio diventano così prioritarie. Occorre manifestare vicinanza a chi soffre, occorre alleviare la solitudine, occorre suggerire coraggio di vivere e sapienza nel capire il vero senso della vita. I giovani possono diventare protagonisti n modo nuovo in un campo in cui l’organizzazione degli adulti non ha pensato nulla… Le famiglie vanno aiutate a stare su ciò che è essenziale e a rinnovare i legami affettivi e di responsabilità tra di loro. I poveri vanno cercati tra coloro che l’emergenza lascerà più soli. L’atteggiamento è quello della prossimità e di dare la vita sostenuti dalla Parola che ci dà coraggio, sapienza e amore.

    ogni parrocchia individui modi per coinvolgere i cristiani a una riflessione di fede sulla situazione che stiamo vivendo, aprendoli al coraggio della preghiera e della carità

    Le celebrazioni saranno garantite dai presbiteri, ma ogni credente cerchi di esserne raggiunto nei modi più propri e sicuri, offrendo a Dio la sofferenza della lontananza fisica. Alimentiamo in questo tempo di lutto il desiderio della festa per la festa delle nozze. Sforzamoci di trovare quali legami di vicinanza e di servizio tessere e come attivarne nuovi.

    8. Infine bisogna anche pensare al futuro, possibilmente con realismo e prudenza. Nel periodo pasquale viviamo le celebrazioni del cammino di iniziazione cristiana dei ragazzi. Verosimilmente la curva epidemica dovrebbe uscire dal pericolo non prima di due o tre mesi. Mi sembra prudenziale chiedere di spostare le celebrazioni dopo ottobre, ma di non spostare il cammino di preparazione, che, invece, dovrà aprirsi a nuove sperimentazioni di coinvolgimento dei genitori, visto che le riunioni di catechismo dovranno essere interrotte per molto tempo. Anche questa è una sfida che il Signore ci mette dinanzi. Anche la celebrazione del Triduo Santo sarà trasformata. Lo faremo con animo penitente, ma grato e sapiente. Sarà proprio questo stile di necessità a rinnovare in profondità il legame della fede e della carità che ci unisce tra noi e al Signore.

    L’episodio di Pietro che, dopo avere confessato che Gesù è il Cristo e dopo avere ricevuto da lui il compito di guidare i fratelli nella fede confessata, rimprovera Gesù stesso che annuncia apertamente la passione, ci guidi in questa Quaresima. Gesù esorta Pietro a mettersi dietro e a seguirlo verso la passione, perché il messia, come ci ripete l’evangelista Luca, “doveva essere riprovato, ucciso, per poi risorgere”. Dio ci benedica e ci protegga.

    Vigevano, 8 marzo 2020. + Maurizio Gervasoni Vescovo

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