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lunedì, Ottobre 26, 2020
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    Il legame tra un santo e la sua città

    Non tutti riescono a comprendere il legame speciale – o per usare un termine ora in voga: “alchimia” – tra un Santo e la “sua” città. Molti non l’ammettono, ma è il popolo dei fedeli, con il suo “sensum fidei” che riconosce la vera santità e indirizza la gerarchia ecclesiastica a riconoscerla. E’ la storia anche del nostro Beato Matteo: una storia che comincia la sera del 5 ottobre 1470, quando – come scrive un testimone oculare – i frati dovettero spalancare le porte della chiesa di San Pietro martire per accogliere la straripante folla di vigevanesi accorsa a venerare quel frate mantovano, come se avessero intuito la promessa fatta dal Beato in punto di morte, che avrebbe sempre riguardato dal cielo Vigevano e i suoi abitanti. E la fede di allora è la stessa che muove oggi i Vigevanesi a ricorrere al Beato, forti dell’esperienza di secoli. al “nostro” frate si attribuiscono grandi miracoli fin dai primi anni, e sono attestati anche ai giorni nostri. Oltre alle “grazie” personali e famigliari, di cui siamo tutti testimoni in città, al Beato i Vigevanesi hanno ricorso in pubbliche calamità ottenendo ogni volta l’incolumità. Interpretando il sentimento di tutta la cittadinanza, la municipalità il 27 marzo 1518 proclamò in seduta solenne “protettore di Vigevano” il Beato Matteo. La città ricorse al Beato Matteo in forma pubblica in diverse occasioni: nel 1644 la Comunità fece voto in occasione della fortificazione della Rocca Nuova contesa tra Francesi e Spagnoli, che vide susseguirsi assedio e contrassedi con danno materiale per la città, tutto sommato lieve. Fu in preparazione di quegli eventi che fu iniziata la cappella sotterranea detto “Scurolo”. I Vigevanesi continuarono a invocare il loro Beato anche dopo lo smantellamento della Rocca Nuova, essendo la città sempre contesa tra Francesi e Spagnoli, e constatarono prodigiosa incolumità. Come quando nel 1658 il Duca di Modena Francesco I, generale delle armi francesi in Italia ebbe a trovarsi in sogno il Beato Matteo minacciandolo se non avesse rinunciato al proposito di portare rovina nella sua Vigevano. O almeno così, raccontano, come quando i tronchi dei boschi del Ticino sembrarono soldati in arme ai militari stranieri che stavano perlustrando le fortificazioni e tornarono spaventati alla base. Saputolo un ufficiale andò in Municipio a informarsi di quale genere di diavolo avessero a vigevano, e i signori del Comune lo accompagnarono giù nello Scurolo a mostrargli il loro gran Santo. Le azioni belliche che videro Spagnoli, Francesi, Austriaci, Russi e compagnia briscola scatenare tante rovine materiali alle nostre contrade, risparmiarono Vigevano, così anche durante la prima guerra di indipendenza (1848 – 1849) che vide la nostra città al centro di eventi militari e diplomatici. Rimasero negli annali le siccità del 1734 e 1736 che si risolsero con la sospirata abbondante pioggia dopo aver invocato la città con solenni novene il Beato. Nel 1855 e 1867 violenti epidemie di colera portarono tanti lutti nelle terre a noi vicine, mentre Vigevano fu risparmiata miracolosamente e si attribuì questo alla protezione del Beato Matteo. In ringraziamento al Beato per la fine della prima guerra mondiale, che terminò poco dopo la festa del Beato Matteo del 1918, si celebrarono grandi feste nel 1919, nel quarto centenario della proclamazione a Protettore di Vigevano. In quell’occasione si inaugurò il ripristino della facciata principale della chiesa di San Pietro martire. Fu soprattutto durante la seconda guerra mondiale che i Vigevanesi toccarono con mano l’efficacia della protezione del nostro Beato. A differenza di altre città (anche più piccole, meno strategiche e industrializzate) Vigevano fu risparmiata dai terribili bombardamenti aerei indiscriminati che tante rovine e tanti morti portarono ad esempio a Pavia, se si eccettua qualche danno e qualche morto presso la stazione ferroviaria. Significativo è l’ingenuo ex voto degli abitanti delle case popolari di Pietrasana rimasti incolumi nonostante i raid aerei al vicino ponte sul Ticino. Un manifesto congiunto del sindaco (Garberini) e del vescovo (Bargiggia), esposto nell’atrio dell’archivio parrocchiale di San Pietro martire, invitava i Vigevanesi a stringersi intorno al Beato Matteo per ringraziarlo di aver salvato la città dagli orrori della guerra, “avendo avuto salve, oltre le vite, opportunamente le case e le fabbriche”. Le celebrazioni dell’ottobre 1945 furono commosse e partecipate come non mai, e tutti poterono constatare come i bollori politici avevano lasciato spazio alla fede e alla riconoscenza di un popolo finalmente unito. Una spontanea sottoscrizione raccolse grande quantità di oro e argento per fare fondere un prezioso ostensorio con la statuetta del Beato Matteo. La generosità dei Vigevanesi proseguì sotto la guida del prevosto di mons. Felice Masperi con un’opera sociale come l’asilo – oratorio intitolato al Beato Matteo. Al pittore Mazzucchi fu commissionata la ridipintura delle volte dello Scurolo e allo scultore Ricci la pregevole sovraccassa in bronzo dorato, opera d’arte di grande pregio. Rinnovando le tradizioni dei nostri padri, la prossima traslazione delle reliquie del Beato Matteo, sarà l’occasione per ringraziare il nostro Protettore della protezione accordataci durante i terribili mesi trascorsi e per implorarlo di intercedere presso l’Altissimo perché non si abbia a ripetersi la pandemia…

    Don Cesare Silva

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