«A Cesare ciò che è di Cesare»

A differenza dei precedenti episodi, nei quali l’opposizione a Gesù si era manifestata come reazione alle Sue azioni (l’ingresso a Gerusalemme, la cacciata dei venditori e l’insegnamento nel tempio), nelle successive «dispute di Gerusalemme» sono i Suoi avversari a prendere l’iniziativa. I quesiti posti al Signore, però, non sono affatto dibattiti per dimostrare dove stia la verità o chi abbia ragione fra due parti in causa ma piuttosto tentativi fallimentari di costringerLo a risposte compromettenti.

LA DISPUTA In questa prima disputa, sono i farisei e gli erodiani a tentare di «prendere al laccio» Gesù: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito o no pagare il tributo a Cesare?» (Mt 22,16-17). L’iniziale captatio benevolentiae, che precede la domanda, nasconde in realtà un’accusa: non sarà – che questo Maestro che non ha soggezione di nessuno non «guardi in faccia» neppure a Roma? Non fatichiamo a comprendere quanto l’impero romano fosse sgradito ai più, in Palestina: era un’autorità straniera, pagana e alla quale dovevano essere versate le tasse, fra cui quella per l’imperatore, cioè quel «tributo a Cesare» sul quale farisei ed erodiani stanno proprio ora interrogando Gesù. Secondo loro, qualunque risposta si sarebbe rivelata un «laccio» per Lui: se avesse detto di pagarlo, avrebbero potuto accusarlo di collaborazionismo con Roma, se invece avesse detto di non farlo, di ribellione.

LA RISPOSTA Gesù però, ribatte con l’ordine di mostrarGli la moneta del tributo e farisei ed erodiani obbediscono, forse senza neppure accorgersi che, così facendo, finiscono essi stessi nel laccio che volevano tendere al Signore. Infatti, se pagare le tasse non è semplicemente un dovere civico ma – come essi insinuano – è un segno di collaborazionismo con Roma, ebbene, i primi collaboratori sono proprio loro, che quella moneta l’hanno già pronta in tasca! La vicenda, però, non si chiude qui: Gesù prosegue domandando di chi fossero l’immagine e l’iscrizione sulla moneta; farisei ed erodiani rispondono: «Di Cesare» e Gesù conclude con le proverbiali parole che tutti ricordiamo: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21). Stiamo attenti a non far dire al Vangelo ciò che in realtà non dice: il Signore non sta opponendo due poteri, uno civile e l’altro spirituale, né sta dividendo qualcosa che spetta solo a Cesare da qualcos’altro che spetta solo a Dio, perché le Sue due affermazioni non stanno sullo stesso piano: quella fondamentale è la seconda, rendere a Dio quello che è di Dio. Ciò comporta che sia giusto pagare le tasse, così come, più in generale, è giusto adempiere i nostri doveri civici, cioè ciò che «dobbiamo a Cesare»; tuttavia, a fondamento, inclusione e superamento di tutto questo, c’è ciò che «dobbiamo a Dio»: solo guardando a Lui, infatti, avremo la certezza di cosa sia giusto e cosa no. Confrontandoci con farisei ed erodiani, sostiamo allora, innanzitutto, sulla verità e sull’onesta del nostro parlare e delle nostre domande: vogliamo realmente chiedere, o vogliamo ingannare? Sostiamo poi sul nesso fra la giustizia e Dio: siamo consci che solo Lui, Padre che ci ama e che perciò ci indica il vero bene, può essere il fondamento ultimo di ciò che è davvero giusto, per noi e per tutti?

don Luca Gasparini

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