L’altro giorno ho fatto ritardo a causa di una cornacchia. Scusa deboluccia, ma reale: più che altro, ero rapito dalla sfacciataggine con cui l’animale, nonostante il rumore del motore della mia macchina, continuasse nelle sue abluzioni nella pozzanghera di fronte a dove avevo parcheggiato.
Sono dovuto arrivare a pochi centimetri da lei per vederla scartare di lato… e continuare comunque il bagno. Nessuna paura dell’uomo, per questi volatili: sono astuti, opportunisti, chiassosi, talvolta rubano e hanno una voce sgraziata. Ma, come si dice in questi casi, hanno anche dei difetti: parliamo dei corvidi, famiglia di uccelli dell’ordine dei passeriformi diffusi praticamente a ogni latitudine. La maggior parte di noi li vede (e spesso li sente) tutti i giorni: i più diffusi in Lomellina sono senza dubbio le cornacchie grigie, presenze comuni almeno dagli anni ‘50. Le cornacchie si distinguono per il piumaggio grigio, a eccezione di testa e ali, che sono nere; vivono in stormi anche se, a livello di partner, fanno coppia fissa spesso per tutta la vita; nidificano sugli alberi, ma anche su tralicci ed edifici. Cosa mangiano? Tutto: semi, bacche, insetti, rifiuti, piccoli animali, carogne, uova, che rubano dai nidi di altri uccelli… e anche dai pollai. Un comportamento, quest’ultimo, che testimonia l’opportunismo e la grande intelligenza della cornacchia: già Plinio il vecchio, nella sua Historia naturalis, documentava come questi volatili lasciassero cadere dall’alto le noci, affinché il guscio si rompesse e loro potessero gustarne il contenuto.
Un “aggiornamento” di questo comportamento è stato registrato in Giappone da parte di uno stormo di cornacchie nere, cugine molto strette delle grigie nostrane.
Le cornacchie nipponiche infatti erano solite appoggiare delle noci sull’asfalto di un incrocio mentre le auto erano ferme al semaforo rosso, lasciando che i veicoli le rompessero per poi, al rosso successivo, tornare a recuperare il proprio pasto. Secondo il biologo olandese Menno Schilthuizen, che ha studiato il caso, per prosperare in città, gli animali devono avere tre caratteristiche: essere intelligenti, curiosi verso gli oggetti nuovi e tollerare la presenza umana. L’identikit dei corvidi: che stando tra i palazzi potrebbero fissare caratteri genetici che li rendano sempre più specializzati non solo a sopravvivere, ma a sfruttare a proprio vantaggio l’ambiente urbano e le sue risorse.
Alessio Facciolo


