Contropiede / Il calcio del terzo millennio

Molti presidenti a capo delle società calcistiche mettono in campo la loro credibilità in funzione del risultato di una partita o per il mancato acquisto di un giocatore. Molti calciatori che militano nelle squadre di serie A e B sono stranieri. E’ una tendenza “Made in Italy”.

La percentuale di giocatori che le società di A e B schierano in campo supera il 67%; 400 stranieri a fronte di 188 giocatori italiani. Nessun paese europeo ne utilizza così tanti. Le squadre italiane di serie A abitualmente schierano in campo 7- 8 anche 9 undicesimi di giocatori europei ed extra europei. Una sorta di “legione straniera” del pallone. E i ragazzi dei nostri vivai? Molti di loro invecchiano in panchina in attesa della pensioncina. Nelle scuole calcio delle società spagnole (la cantera del Barcellona è la più ambita) i ragazzi crescono, giocano, vengono lanciati nei loro campionati senza paura. Il vivaio della Squadra Catalana ha prodotto innumerevoli talenti di fama mondiale come Lionel Messi Xavi, Andrés Iniesta, Sergio Busquets, Carles Puyol, Gerard Piqué, Jordi Alba, Pep Guardiola, e l’ultimo campioncino di 18 anni Lamine Yamal- esordì in prima squadra a 15 anni- con una tradizione che continua a fornire alla prima squadra giocatori di altissimo livello. Anche in Italia ci sono delle scuole calcio di grandi tradizioni; una su tutte, quella dell’Atalanta. Nel passato abbiamo avuto vivai e nazionali giovanili fortissimi, quale l’Under 21, più volte Campione d’Europa- dove hanno giocato Del Piero, Totti, Cannavaro, Buffon, e tanti altri campioni cresciuti nei vivai di alcune società di serie A. Oggi i nostri talenti non li mettiamo in campo. Così non crescono, non si misurano con chi fa la Serie A, non fanno il salto di qualità.

C’è un blocco – dice il campione del mondo Marco Tardelli – qualcosa di profondo che non funziona nel nostro movimento. E anno dopo anno il livello tecnico cala. Spero davvero che qualcuno trovi il coraggio di cambiare rotta, di proteggere e valorizzare i calciatori italiani, perché così stiamo solo peggiorando. Questo non è il calcio che emoziona, è un calcio che rischia grosso, dove si schiera chiunque pur di incassare, non chi lo merita davvero.

Per non parlare delle azioni di alcune società quotate in borsa che oscillano in base al risultato delle partite. Tutti sono “condannati” a vincere. Poi c’è l’onnivora tv con i suoi interessi planetari che ha fiutato nello show business del pallone lo strumento per acquisire sempre più fette di mercato, pubblicità e spettatori. (continua)

Sergio Calabrese

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