Non ci tornavo da anni, a Pavia. La città mi aspettava come certe vecchie amiche che non si offendono se sparisci, e ti accolgono comunque con un sorriso leggero, sotto la pioggia fine di aprile. Era stato GianLuigi a farmela scoprire, tanto tempo fa. Mi aveva portato a vedere i giardini segreti, i cortili dietro le chiese, le colonne che nessuna guida segnala.

Quel giorno, però, ad aspettarmi c’era un altro amico, Romano, scrittore e cicerone d’occasione. «Ti porto a vedere la città come la vedo io», aveva detto, e in un lampo ci eravamo ritrovati a vagare tra vicoli stretti e storie sussurrate. Ogni angolo sembrava carico di una memoria leggera, come se qualcuno lo avesse già percorso prima di noi, mille volte. Ma c’era qualcosa di strano. Qualcosa nei silenzi, negli sguardi. E quando, al crepuscolo, passai davanti a una bacheca annerita e lessi un annuncio funebre incorniciato, il cuore si fermò: il nome era il suo. GianLuigi. Stesso cognome. Stessa data. Morte avvenuta un anno fa, proprio quel giorno. Mi voltai per ridere con Romano, per dirgli che c’era un curioso caso di omonimia che riguardava un altro mio vecchio amico. Ma lui non c’era più. Il vicolo era vuoto. Nessun passo alle mie spalle, nessuna voce che mi chiamasse. Solo il rumore distante di una motobarca sul Ticino, e il vento che faceva tremare i cartelli arrugginiti delle vie laterali. Poi guardai meglio la foto sull’annuncio. Quel sorriso un po’ storto, quella luce negli occhi… era lui. GianLuigi. Morto esattamente un anno prima, in quel giorno preciso. Come poteva essere? Mi voltai di nuovo. La strada era deserta.
E fu allora che compresi. Non era stato Romano ad accompagnarmi quel giorno. Era GianLuigi. O meglio, era come se GianLuigi avesse preso in prestito un volto, un corpo, o forse solo un momento, per tornare a salutarmi. Mi sedetti su una panchina di pietra, con il cuore pieno e leggero. E lì restai, in silenzio, lasciando che la città mi parlasse ancora con la sua voce. Poi, nel taschino della giacca, trovai qualcosa che non ricordavo di avere messo. Una foto. Una vecchia polaroid, ingiallita ai bordi. Io e GianLuigi, davanti al Ponte Coperto, con una risata congelata nel tempo. Sul retro, una scritta a matita: «Ci rivediamo dove inizia il fiume». Alzai gli occhi verso il Ticino. La corrente pareva più lenta, come se anche l’acqua stesse trattenendo un ricordo. E in quel momento, non ebbi più dubbi. Non ero stato io a ricordarlo. Era lui ad avermi ricordato.
Davide Zardo

