Qualche giorno fa, uno dei luminari che dal mondo accademico si dedica a pontificare su qualsiasi evento accada sul pianeta –proponendo spesso una visione opposta a quella maggioritaria– sosteneva che, se l’Iran disponesse della bomba atomica, molti dei problemi del Medio Oriente svanirebbero.
Una riflessione sconcertante e decisamente controcorrente, che descriveva il riarmo iraniano come una necessità per riequilibrare i rapporti di forza nella regione. In sostanza, invece di promuovere una riduzione degli armamenti, si suggeriva un riequilibrio “dal basso”, attraverso il rafforzamento militare della parte ritenuta più debole. La soluzione prospettata finirebbe così per fondarsi su una minaccia permanente tra potenze sempre più armate, impegnate in una competizione costante per detenere l’arma più letale. Qualcuno potrebbe intravedere in questa dinamica una riedizione della logica della Guerra Fredda, quando la tensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica si reggeva sull’equilibrio del terrore e sulla possibilità, sempre latente, di un attacco reciproco. Oggi, però, lo scenario è profondamente diverso. Lo scacchiere internazionale non è più dominato da due soli blocchi contrapposti. Al mondo bipolare è subentrato un sistema multipolare, caratterizzato da conflitti numerosi, spesso asimmetrici e ibridi, con equilibri che mutano rapidamente. Gli Stati Uniti sono impegnati in una guerra commerciale con la Cina e registrano tensioni crescenti anche con l’Unione Europea.
Il Medio Oriente è in fiamme dal 7 ottobre 2023, mentre la guerra in Ucraina non sembra avviarsi verso una conclusione.
A ciò si aggiungono conflitti locali e regionali: il Pakistan ha dichiarato guerra all’Afghanistan; il Sahel vive una profonda instabilità tra tensioni tribali e presenza di gruppi jihadisti; in America Latina il potere dei cartelli della droga continua a minare la stabilità di intere aree. In questo contesto, l’attacco definito “preventivo” da Stati Uniti e Israele contro l’Iran viene giustificato come un tentativo di scongiurare un ulteriore rafforzamento del suo potenziale militare. Un dato, tuttavia, appare evidente: se durante il suo primo mandato Donald Trump era riuscito a evitare nuovi conflitti aperti, dopo la rielezione si muove in un equilibrio estremamente delicato, sospeso tra un’aggressività politica manifesta e la rivendicazione di un ruolo di pacificatore, del quale egli stesso ambisce a essere riconosciuto come principale artefice.
Matteo Re, docente dell’Università di Madrid



