Una generazione di ragazzi fragili nella morsa dei social media. Il rapporto tra social network e salute mentale è al centro del dibattito pubblico, anche alla luce della recente sentenza in California che ha condannato Meta e Google quali responsabili di dipendenza e stati depressivi in una minorenne. Un verdetto senza precedenti che potrebbe costituire un punto di svolta nella fruizione di questi strumenti da parte dei giovanissimi. Ma ridurre tutto a un rapporto di causa-effetto rischia di essere fuorviante e a sottolinearlo è la psicologa clinica Mariacristina Migliardi, che invita a distinguere tra contenuti e modalità di utilizzo.
FRAGILITÀ «Le piattaforme utilizzano strategie che favoriscono la cattura dell’attenzione – spiega la psicologa – e questo può renderle particolarmente attrattive, soprattutto per i più giovani. Tuttavia non possiamo dire che la salute mentale dipenda solo da questo, ma il malessere ha sempre origini più complesse che coinvolgono fattori personali, familiari e sociali ». Un punto, su cui stesso la la comunità scientifica resta divisa. Da un lato c’è chi, come lo psicologo Matteo Lancini, sostiene che i ragazzi fragili si rifugino in generale nel mondo virtuale per cercare risposte a difficoltà già presenti. Dall’altro, studiosi come Jonathan Haidt attribuiscono proprio alla diffusione degli smartphone e all’accesso continuo alle piattaforme un ruolo nell’aumento di ansia e depressione. Una tesi, quest’ultima, ridimensionata da studi successivi, tra cui una pubblicazione su Nature, che evidenzia come le tecnologie digitali non possano essere considerate una causa unica. «Parliamo sempre di una concomitanza di fattori – prosegue Migliardi – ed è importante non confondere una correlazione con una causa diretta». Da qui la cautela anche sul tema della regolamentazione tanto che, sempre secondo la psicologa
il divieto non è una soluzione. I social sono strumenti e come tali vanno compresi e accompagnati.

GUIDA Il nodo centrale diventa quindi il ruolo degli adulti. «Un ragazzo ha bisogno di essere guidato perché ha una fragilità dal punto di vista cerebrale per la non maturazione di alcuni circuiti della corteccia prefrontale, legati al controllo. È fondamentale quindi che ci sia un adulto che aiuti a mettere limiti e confini, assumendosi ogni giorno la responsabilità educativa». L’uso delle piattaforme quindi non va demonizzato, ma inserito in un contesto relazionale sano. «È importante che non sostituiscano il rapporto reale, che resta il primo riferimento per la crescita emotiva. La relazione diretta è insostituibile ed è lì che i ragazzi sviluppano consapevolezza e capacità di relazionarsi con sé e con gli altri». Ma allo stesso tempo, alcune caratteristiche dei social, come l’anonimato o la forza del gruppo, possono amplificare comportamenti problematici. «Senza la presenza del corpo è più difficile regolare le emozioni e l’aggressività può trasformarsi più facilmente in violenza». E proprio in questo scenario, è legittimo chiedersi se i giovani di oggi siano più fragili rispetto alle precedenti generazioni. «In parte sì – conclude Migliardi – perché si trovano a utilizzare strumenti complessi in una fase delicata dello sviluppo. Ma proprio per questo è ancora più importante accompagnarli, senza cercare scorciatoie o colpevoli unici. Le cause del disagio sono molteplici e richiedono uno sguardo ampio».
Rossana Zorzato



