Le notti stropicciate dei “maranza”

«Salam alaikum», “che la pace sia su di voi”, un saluto usato dagli arabi come gesto di cortesia. Un augurio che gli stranieri di seconda generazione rivolgono a chi vuole dialogare con loro, a chi vuole raccontare la loro storia. «Ciao fra, bella bro», anche questo modo di salutare, molto diffuso tra le nuove generazioni, usato spesso per iniziare una conversazione è un modo per qualcuno, che a prima vista può sembrare tamarro, sfrontato, coatto, di vincere imbarazzo e farsi vedere per ciò che è realmente. Quel qualcuno sono i “maranza”, sono quei gruppi di ragazzi che hanno fatto della strada la loro casa.

NON SIAMO CATTIVI L’Araldo ancora una volta li ha seguiti un sabato sera di metà gennaio, li ha accompagnati tra freddo e pioggia in parchi, strade, panchine di Vigevano che sono per loro luoghi di ritrovo. Un gruppo è nel viale alberato davanti alla stazione. Sono almeno in 5 e bevono birre, ascoltano musica trap, fumano sigarette e fanno baccano. Raccontano che è il loro modo per reagire dinnanzi a un futuro che vivono con sfiducia e sospetto. Un ragazzo si avvicina, scambia una stretta di mano e con l’altra tiene una cassa per la musica. Si chiama Alì, ha 20 anni e da un paio di mesi fa il muratore. Di giorno lavora, di notte si diverte con gli amici. Non ha ancora molta dimestichezza con l’italiano, ma riesce comunque a raccontarsi: «Non siamo tutti cattivi ragazzi. Per esempio io conduco una vita normale. Ora siamo seduti su una panchina, più tardi forse andremo in piazza o in qualche locale per stare al riparo dal freddo. Vero, forse siamo rumorosi ma siamo pur sempre giovani. Alcuni commettono reati perché sono più arrabbiati, perché sono cresciuti in contesti sociali difficili.

Certo non è una scusa, io lavoro con mio padre durante la settimana. Di mattina e di sera prego insieme a lui. Rispetto ad altri miei coetanei sono fortunato.

IL GRUPPO FA FORZA Chi allora non è fortunato? La domanda viene posta a Hamza. È mezzanotte, lui è in piazza Sant’Ambrogio insieme alla sua “gang”. In un primo momento è guardingo, forse troppo: «Cosa volete? Problemi?», va al freeshop lì vicino e compra una coca cola. Poi ritorna, resta sospettoso, «Perché parlate con noi?» ma alla fine rompe le barriere: «Reati non ne commetto, ma so come difendermi, faccio boxe. Se vengo provocato ovviamente reagisco ma non sono mai io il primo a causare problemi. Perché alcuni rubano o commettono reati? Se a casa i soldi mancano, i genitori sono assenti o sempre stanchi, si cerca di trovare un modo veloce per sentirsi qualcuno. A volte spacciare, rubare gioielli sembra l’unico modo veloce. E in questo caso il gruppo ha un ruolo enorme. Da solo magari nessuno farebbe nulla. In gruppo ci si sente protetti, importanti. Se si dice di no si passa per deboli e nessuno vuole sembrare un perdente». Il ruolo del gruppo è sottolineato anche da studiosi e specialisti che si occupano delle forme della devianza giovanile. Non mancano espressioni come «fra», «bro», che Hamza usa tra una frase e un’altra, non mancano la trap a palla, la red bull e la voglia di «flexare un po’».

PREGIUDIZI Dietro ogni tuta firmata, dietro ogni cassa che spara musica trap, si incontrano diffidenza, voglia di vivere a modo proprio, ma anche la frustrazione di essere etichettati: Alì, un amico di Hamza, ha la tuta, il giubbotto bianco. «Se hai tuta e borsello è finita, sei un criminale, sei colpevole di tutto. E quando ti trattano come un criminale, se non hai alla base una famiglia e le giuste amicizie, finisci per diventarlo».

Edoardo Varese

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