Quando c’era posta per te e l’attesa aveva un senso

Oggi la Danimarca sospende il servizio postale perché nessuno scrive più, e sembra una notizia qualsiasi. Niente più lettere, niente cartoline, niente francobolli che sanno di attesa. Carmelo Agostino, portalettere in pensione, quel tempo se lo porta addosso come un odore che non se ne va.

IL PESO DI UNA LETTERA «Ho lavorato 10 anni a Trezzano sul Naviglio, in bicicletta — racconta — e altri 25 a Vigevano, col motorino acquistato con i soldi miei, mentre in seguito sarebbe stato fornito dall’azienda. Qui facevo 40 chilometri al giorno tra la Cattabrega, Fogliano e le cascine». Le lettere pesavano, sì, ma soprattutto avevano un peso diverso: dentro c’erano assenze, ritorni, promesse, soldi contati e parole risparmiate. Non mancavano i pericoli: Carmelo racconta dei cani che gli azzannavano i pantaloni, più per difendere la casa che per cattiveria, e di lui che imparava a riconoscerli uno a uno, come si fa con i caratteri delle persone.

ATTENTI AL CANE «Sono stato morsicato cinque volte, e un giorno, nel cortile di una villa il cui proprietario era uscito in auto lasciando il cancello automatico aperto, un pastore maremmano mi ha ringhiato contro, e la domestica ha avuto il suo bel da fare per portarlo via. I cani marcano il territorio, e chi mette le mani nella cassetta delle lettere è un intruso, un potenziale pericolo. E poi il rumore del motorino li infastidisce». E i caffè? Quelli offerti in fretta, sul tavolo della cucina, mentre la moka borbottava come un segreto. “Aspetti un attimo, Carmelo, che glielo faccio subito”. Perché quando arrivava il cedolino della pensione, non era solo un foglio: era la prova che il mese poteva cominciare, che il futuro era ancora possibile, almeno fino alla fine del mese. E allora si festeggiava.

UN PO’ DI POESIA Poi c’erano le lettere d’amore. «Una volta riuscivamo a capire se qualcuno si fosse fidanzato in casa, solo dando un’occhiata alla calligrafia, al tipo di busta, a eventuali cuoricini disegnati accanto al mittente o al destinatario». La cartolina era ancora più poetica: poche righe, una calligrafia storta, un “qui si sta bene” detto controvento, mentre il tempo già scappava.

Una volta si mandavano soprattutto per far sapere dove si era stati in vacanza. Adesso ci sono i telefonini, i selfie sui social, e le cartoline non servono più, anzi non si trovano nemmeno più in vendita nelle tabaccherie.

E non è solo una questione di posta: è come se avessimo smesso di credere nel valore dell’attesa, nel peso di una frase scritta a mano, nel piacere di ricevere qualcosa che non si può cancellare con un tap.

CARO BABBO NATALE Ma le lettere a Babbo Natale? «Qualcuno le scrive ancora, e nessuna finisce al macero. Anzi, vengono convogliate a Roma e a Milano in appositi uffici che si occupano di rispondere ai bambini, allegando anche qualche regalino. E quelle indirizzate al villaggio di Babbo Natale, in Lapponia, anche se a volte sono senza francobollo vengono recapitate lo stesso». E posta per il Papa? «Non ne ho mai trovata da Vigevano, ma molti, da tutta Italia, scrivono al monastero delle Sacramentine chiedendo preghiere. Qualcuno, quando ancora c’erano le lire, mandava anche offerte in contanti. Poi erano state intercettate dai ladri, ma alla fine il caso era stato risolto dalla Polizia postale». Forse un giorno, chissà, qualcuno tornerà a scrivere lettere come si torna al vinile: per nostalgia, per resistenza, per amore. Intanto, in Danimarca, le cassette rosse restano lì come piccoli monumenti a un silenzio pieno di parole non spedite. Le parole corrono veloci, evaporano. Non fanno in tempo a diventare carta, a ingiallire. Una lettera, invece, era un oggetto lento, testardo, che viaggiava come un pensiero deciso a farsi trovare. Oggi le notizie arrivano senza bussare, scivolano in tasca come acqua, e nessuno aspetta più niente. Ma Carmelo sorride lo stesso, quando ne parla. Dice che le lettere non muoiono davvero: restano nelle mani di chi le ha consegnate, nelle cucine dove il caffè era buono, nei passi lenti di un portalettere che sapeva di essere, per qualche minuto, il centro del mondo.

Davide Zardo

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