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«Il disagio legato alla dipendenza che può portare all’uso di sostanze è una conseguenza del malessere che ha origine da altre parti, all’interno del contesto familiare». Questo il punto fermo attorno al quale argomenta la psicologa e psicoterapeuta Katia Cividini. Che continua: «Il disagio nasce come segno della difficoltà del soggetto di comunicare all’interno del contesto di appartenenza: lì ci sono aspettative,
doveri che una persona pensa di dover soddisfare per non deludere la famiglia di origine, per non essere escluso, magari, allora sceglie di mantenere vive queste aspettative che però sono in contrasto rispetto alla propria volontà personale.
Quindi «dalla difficoltà di tenere assieme questi equilibri che sono scritti silenziosamente, implicitamente, nella storia delle famiglie, anche in quelle disfunzionali, la fatica di restare “dentro” può trovare sfogo in vari modi: la tossicodipendenza può essere una di queste». Va detto che «il “disagiato” difficilmente è la manifestazione di conflitti del presente – continua la dottoressa Cividini – egli riassume la irrisolutezza di conflitti generazionali precedenti, si fa carico di altre problematiche che non sono le sue, sono quelle di altre persone, che però per lui sono significative, e dalle quali dipende».

Ancora «occorre capire il significato relazionale dietro all’agito che porta il paziente – continua la psicologa e psicoterapeuta Katia Cividini – comprendere il senso, il significato relazionale dietro al disagio, dietro all’agito. Ogni tossicodipendente ha una storia che ha a che vedere con la sua personale storia familiare: quindi vanno analizzati proprio i significati relazionali, capire a cosa serve il comportamento messo in atto, che messaggi porta: il dipendente patologico ci comunica che dietro quello che fa ci sono molti motivi, molte ragioni che vanno comprese, sciolte, liberate».
Isabella Giardini


