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La Lomellina non è una terra per laureati. Soprattutto nella sua “Area interna” la terra del riso continua a essere carente di start up e aziende disposte a investire nella formazione di personale o di imprese che offrono l’opportunità di una formazione all’estero.

ANDARE VIA Così ci si trova di fronte al paradosso dei laureati disoccupati: nonostante i dati Istat raccontino che a livello nazionale il tasso di disoccupazione dei laureati nel 2023 è del 3.6%, più basso rispetto ai diplomati, 6.2%, nel pavese e nello specifico in Lomellina coloro che hanno acquisito un titolo di istruzione terziario faticano a trovare un’occupazione stabile, a meno che non decidano di «cercare un impiego nel milanese o in altre regioni – spiega Sara Caramaschi, ricercatrice e docente del Politecnico di Milano che ha lavorato al progetto DAStU “Un’Agenda strategica per la Lomellina” per analizzare le carenze della Lomellina – territori e realtà in cui sussista un rapporto paritario tra potenzialità e formazione appresi durante il proprio percorso di studi e competenze richieste dalle singole aziende». Il contrario di quanto accade nell’Area interna:
Se tra questi due ambiti sussiste una discrepanza ecco che cresce la disoccupazione e aumenta la scarsa attrattività di un territorio, come la Lomellina o il pavese.
POSSIBILI SOLUZIONI Se questa è la fotografia oggi, per scattarne una migliore domani occorrerà favorire un’occupazione stabile, che garantisca la giusta retribuzione in proporzione «al percorso di studi intrapreso dai giovani – sottolinea Caramaschi – spesso il problema non è nemmeno la mancanza di lavoro, ma la natura degli impieghi che viene garantita. Ci sono aziende che propongono solo contratti a chiamata, senza possibilità di rinnovo o quasi. Da questo punto di vista l’Hinterland milanese offre molte più opportunità, ma quello che in Lomellina si deve fare è investire su start-up e imprese che aprano solo posizioni per assumere personale altamente qualificato e con un buon numero di skills già acquisite». In questa direzione
l’esempio da seguire può essere il Messico perché è ricco di attività che investono parecchie risorse su figure qualificate, che hanno conseguito una laurea e effettuato anche dei master, fissando però l’obbligo di rientro dopo un anno».
«Diversi miei conoscenti hanno effettuato questo percorso, con tutti i benefici a livello di esperienza e retribuzione che ne sono conseguiti». Un’altra soluzione per ridurre il fenomeno della “fuga di cervelli” è trovare un modo per incentivare le aziende a investire su un percorso formativo all’estero «facendo ricorso anche a fondi statali. In questo modo si reperiscono e aumentano lavoratori dotati di skills, vale a dire di competenze trasversali e adattabili alla maggior parte dei contesti lavorativi». Un’ultima medicina per curare la sofferenza della Lomellina è il «welfare aziendale, vale a dire l’insieme di iniziative, beni e servizi che l’azienda può mettere a disposizione dei propri dipendenti, per aumentare il loro benessere e favorire la conciliazione tra vita privata e professionale. Un modello dal quale trarrebbero molto beneficio le neomamme, spesso costrette a dover rinunciare a un impiego di rilievo per dedicarsi solo alla famiglia».
Edoardo Varese

