La povertà che ferisce la mente

«Invece il vecchio contadino non aveva scelto nulla, il legame che lo teneva stretto alla corsia non l’aveva voluto lui, la sua vita era altrove, sulle sue terre, ma faceva alla domenica il viaggio per veder masticare suo figlio. Ora che il giovane idiota aveva terminato la sua lenta merenda, padre e figlio, seduti sempre ai lati del letto, tenevano tutti e due appoggiate sulle ginocchia le mani pesanti d’ossa e di vene, e le teste chinate per storto […] in modo di continuare a guardarsi con l’angolo dell’occhio. Ecco, pensò Amerigo, quei due, così come sono, sono reciprocamente necessari. E pensò: ecco, questo modo d’essere è amore. E poi: l’umano arriva dove arriva l’amore; non ha confini se non quelli che gli diamo». Quando Calvino scrive “La giornata di uno scrutatore” (1963, ispirata a una visita dello scrittore all’istituto Cottolengo di Torino nel 1953) la legge Basaglia non era ancora stata neppure pensata e lo psichiatra a cui è legata non aveva ancora iniziato l’esperienza pilota all’ospedale psichiatrico di Trieste; fino alla legge 178 del 1980 rinchiudere i “matti”, gli “idioti”, i “deficienti” in un manicomio era la prassi. A 46 anni di distanza il Rapporto Caritas “Povertà e salute mentale” evidenzia che i disturbi mentali stanno aumentando, soprattutto tra i giovani e nella popolazione femminile, mentre le risorse umane e materiali che l’Italia mette a disposizione per affrontarli sono insufficienti.

DISTURBO… Il documento si concentra da un lato sull’accresciuta diffusione e dall’altro sul legame tra salute mentale e povertà. «Il connubio tra povertà e disagio mentale è purtroppo diventato sistema sul territorio» ha spiegato durante la presentazione del documento don Marco Pagniello, direttore di Caritas italiana. Nel Report si legge: «Gli studi clinici stimano che la prevalenza di almeno un disturbo mentale nel corso della vita vari tra il 18.6% e il 28.5%, mentre nell’arco degli ultimi dodici mesi oscilli tra il 7.3% e il 15.6%». La depressione maggiore riguarda tra il 10 e il 17% della popolazione nel corso della vita (circa il 3% nell’ultimo anno), così come i disturbi d’ansia (tra 3e 5% su base annua), «i disturbi psicotici, come la schizofrenia, presentano una prevalenza più contenuta ma stabile, pari a 3-6 casi ogni 1000 abitanti». Nondimeno è scendendo nel dettaglio della popolazione che si mostrano le reali criticità:

Solo il 59% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni presenta un buon livello di benessere mentale, con un divario di genere molto marcato (66% tra i ragazzi contro il 35% tra le ragazze).

L’aumento dei sintomi di stress riguarda l’80% delle giovani tra 11 e 17 anni, ma il «malessere giovanile» si manifesta anche attraverso «aumento delle richieste di aiuto nei servizi di emergenza, dichiarazioni di ideazione suicidaria, dagli atti di autolesionismo e dall’andamento dei suicidi». Il report spiega che tra il 2015 e il 2022 il numero di questi ultimi è aumentato tra i giovani, «con un’impennata particolarmente marcata nel 2021, pari a circa 80 decessi in più rispetto all’anno precedente, un livello che si è mantenuto anche nel 2022. Questa crescita può essere letta come la punta di un iceberg».

… E POVERTÀ A questo quadro si aggiunge il fatto che meno si hanno risorse materiali e culturali e più si è esposti ai disturbi mentali, e viceversa, in un circolo vizioso. «Il rapporto tra povertà e salute mentale è dunque bidirezionale. Da un lato, la povertà aumenta il rischio di disturbi psicologici attraverso stress cronico, esclusione sociale, stigma e difficoltà materiali (causalità sociale); dall’altro, il disagio mentale può compromettere lavoro, reddito e inserimento sociale, incrementando la povertà (selezione sociale)». Caritas ne ha una riprova quotidiana attraverso l’esperienza della rete dei Centri di ascolto, attraverso i quali nel 2024 ha incontrato 277775 persone, «di cui il 14.6% presentava una vulnerabilità sanitaria» e il 4.4% una «sofferenza mentale», una quota «sottostimata a causa della difficoltà di intercettare il disagio psichico, dello stigma sociale e dei sentimenti di vergogna». Nz0umeri significativi perché «nell’ultimo decennio si osserva un aumento rilevante delle persone con disturbi depressivi (+154%), di gran lunga superiore alla crescita complessiva dell’utenza». Soggetti che non hanno risorse per fronteggiare la loro condizione e che incontrano «una vera e propria povertà dei servizi: Centri di salute mentale sottodimensionati, tempi di attesa lunghi, barriere di accesso, costi elevati delle comunità e dei percorsi psicoterapeutici, nonché forme di “istituzionalizzazione mascherata” in strutture private».

salute mentale

CHE FARE Se infatti le leggi 833/1978 e 328/2000, nonché la definizione dei Lea e dei Leps (Livelli essenziali di assistenza e delle prestazioni sociali), offrono «un impianto teoricamente solido […] la sua attuazione resta parziale e disomogenea». Poco personale, poche risorse, distribuzione disomogenea di entrambi, scarsa diffusione territoriale sono i limiti che spingono Caritas a raccomandare di «rafforzare la governance e la cooperazione interistituzionale», «incrementare e stabilizzare le risorse economiche e professionali», «definire standard nazionali vincolanti e sistemi di monitoraggio», «promuovere la partecipazione attiva delle persone e delle comunità», perché «in un’ottica di giustizia sociale, affrontare congiuntamente povertà e salute mentale significa prevenire la perdita di capitale umano e sociale, riducendo i costi economici e gli impatti negativi sulle comunità. Costruire un’integrazione sociosanitaria solida e duratura equivale, in definitiva, a scegliere un modello di società che non lasci indietro nessuno».

IN BILICO Altrimenti si rischia di perdere l’unicità italiana «nel panorama internazionale della salute mentale». Secondo la psichiatra Giovanna Del Giudice, intervenuta alla presentazione del Report, «viviamo tempi bui e di resistenza. Nel Paese in cui è nata la rivoluzione del superamento dei manicomi e della legge 180 si rischia di tornare indietro. Dal punto di vista scientifico c’è un ritorno egemone ad un paradigma che doveva essere superato, fondato sulla pericolosità dei soggetti, sulla difficoltà di guarigione e sulla vita con i farmaci». Da un lato «sta tornando al centro l’idea della pericolosità dei malati di mente. In carcere si prevede che i posti nei reparti psichiatrici passino da 300 a 1800. Si continua a dare farmaci, contenere e custodire anziché accompagnare e farsi carico», dall’altro

ci stiamo allontanando dai servizi di prossimità e a bassa soglia, non si fanno più visite domiciliari, i Dipartimenti di salute mentale vengono accorpati e si trovano a coprire aree di 200.000 abitanti. Questo produce grave abbandono e gravi sofferenze.

QUALE IDEA? «Il modo in cui una società si prende cura della sofferenza mentale intrecciata alla povertà – ha affermato il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, commentando i risultati dell’indagine di Caritas – rivela la qualità della sua idea di persona, di dignità, di futuro. E da questa cura – o dalla sua assenza – dipende la qualità della nostra democrazia e delle nostre comunità». Lo sguardo della Chiesa non è molto diverso dallo sguardo dello scrutatore Amerigo Ormea (la cui prospettiva era atea e comunista, ma sul cui «sfondo spirituale cristiano» ha scritto il card. Gianfranco Ravasi nel 2023, ricordando inoltre che “Ormea” è anagramma di “amore”). Il padre, in quella corsia, non sceglie, semplicemente ama; ma accanto a lui c’è una suora che «aveva scelto la corsia con un atto di libertà, […] proprio per questo – restava distinta dall’oggetto della sua missione, padrona di sé, felicemente libera». È la stessa scelta a cui è chiamata la società: «È indispensabile – ha detto il card. Zuppi – una volontà politica stabile, capace di investire risorse, definire standard vincolanti, superare le disuguaglianze territoriali e promuovere una reale presa in carico lungo tutto l’arco della vita. Integrare a livello sociale e sanitario non è un tecnicismo organizzativo ma una scelta di giustizia e di serietà».

Giuseppe Del Signore

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