Impazienza / Quelle code al supermarket che ci ricordano il tempo di Dio

Mi capita talvolta di andare a fare un po’ di spesa non soltanto perché devo riempire la dispensa, ma anche perché mi rilassa. Non è lo shopping lungo le vie del centro per comprare abiti o scarpe: è semplicemente il piacere di andare al supermercato con calma, di guardare ciò che devo acquistare, nella speranza – almeno teorica – di evitare le cose che non fanno bene alla mia dieta.

In una di queste occasioni entro nel mio supermercato. Con tranquillità prendo ciò che mi serve, mi piace questo tempo “sospeso”, e poi vado alla cassa. Davanti a me ho due possibilità: cassa uno, cassa due. Qual è la migliore? Quella che mi permette di uscire prima, ovviamente. E guarda un po’: davanti a me c’è una signora anziana, sola, che scarica con calma un carrello pieno. E io penso tra me e me: «Oh mamma mia, qui non ne usciamo più…». Lei continua con flemma, mette tutto sul nastro con pacatezza; dall’altra parte nessuno l’aiuta. E proprio quando sembra aver finito, si ferma: si è dimenticata le patate! «Adesso anche le patate…» penso, mentre un filo di tensione sale. Il cassiere scambia due parole con me, e io mi chiedo:

Ma come mai? Sono uscito per rilassarmi, per stare sereno… e ora mi trovo impaziente?

Capita: a volte diventiamo impazienti. Non sappiamo sostenere imprevisti che non dipendono da noi. Possiamo perdere tempo tra uno scaffale e l’altro… ma quando ci mettiamo in fila, lì ci ribolle il sangue perché le cose non scorrono come vorremmo. Perché proprio nel momento in cui pensavo di rilassarmi mi sono irritato e ho smesso di essere paziente? La risposta risale a un periodo molto antico, quando da neonati cercavamo immediatamente il cibo, ma non sempre la madre era disponibile a soddisfare il nostro bisogno. Spesso stava cucinando o semplicemente non era pronta. In quei momenti, manifestavamo la nostra frustrazione con il pianto. Una madre sufficientemente buona interviene in un tempo adeguato — e questa adeguatezza è un’arte — insegnandoci a tollerare la mancanza e l’attesa.

Quella frustrazione primaria è alla radice delle nostre impazienze. Dal punto di vista psicodinamico, la pazienza è una funzione dell’Io che matura nel tempo, imparando a tollerare l’assenza, a trasformare la frustrazione in pensiero e ad aspettare senza perdere fiducia in sé stessi e negli altri. Saper “soffrire” in questo senso significa accettare che ci sono cose che non dipendono da noi: dobbiamo dipendere dai tempi altrui. I tempi di una vecchietta che si dimentica le patate, e, soprattutto i tempi di Dio, che compie le cose quando è il momento giusto, non quando voglio io. Non sono io ad avere il controllo della situazione, ma posso scegliere di accettare i tempi che mi vengono dati. Sono paziente quando non perdo fiducia in me stesso e negli altri, quando so contenere l’irritazione – persino la rabbia – e permetto alla mia persona di accogliere la realtà così com’è. E forse l’Avvento ci ricorda proprio questo: Dio viene, anche se con i suoi tempi, e il cuore maturo è quello che sa attendere senza perdere fiducia.

don Gianluca Zagarese

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