Viaggio in paese / Breme, dove l’oro dei campi splende tra pietre millenarie

Alle sette del mattino — siamo a gennaio — fa un freddo becco, due gradi sottozero. A Breme scendo dal pullman pieno di studenti che vanno a Casale e cerco di riscaldarmi nello storico bar-trattoria intitolato alla signora Mafalda (mancata nel maggio 2025) e gestito dalla figlia Assunta. Lei è gentile, ma di poche parole. «Preferisco che a parlare siano gli altri», dice mentre serve gli avventori.

bar Mafalda

CHI PARLA E CHI NO Gente che va al lavoro presto, un caffè e via, magari dopo un’occhiata al giornale, al bancone o seduti ai tavolini, in mezzo alle numerose fotografie che costellano le pareti del locale. In municipio fin dalle prime ore del mattino, chi parla volentieri è la sindaca Cesarina Guazzora, che oltre a succedere al marito Francesco Berzero (primo cittadino per tre mandati) in paese fa un po’ di tutto, dalla potatura delle piante (soprattutto rose) alla pulizia della casetta dell’acqua. «Vengo da una famiglia contadina — racconta — e mi piace contribuire al decoro del paese». E non solo. Nel 2022, appena eletta sindaco quando tutto era fermo per colpa del Covid — battesimo del fuoco — portava gli anziani in macchina alla Cittadella di Pieve del Cairo per fare i vaccini: «Non più di due alla volta, perché non si poteva stare troppo vicini». E oggi come si vive a Breme?

Qui si lavora sodo, ma si sta bene — risponde Guazzora — e in questi giorni è arrivato anche lo sportello Postamat. Una volta c’era la manifattura tessile che dava lavoro a molte famiglie, ma da quando è chiusa abbiamo concentrato tutto sull’agricoltura: quando non si coltivano il riso, il grano e il mais, si pensa al raccolto della cipolla rossa.

La sindaca Guazzora con il marito

LA “DOLCISSIMA” La grande attrazione cittadina, che insieme ai monumenti medievali porta sul posto 15mila visitatori ogni anno, grazie all’impegno promozionale che Francesco Berzero ha profuso negli anni, sia come sindaco sia come presidente dell’Ecomuseo del paesaggio lomellino. «Due anni fa Breme aveva 699 abitanti, che adesso sono diventati 725 grazie all’arrivo di nuovi nuclei familiari soprattutto stranieri. E l’anno scorso ci sono state 6 nuove nascite: evidentemente — e qui l’ex sindaco sorride — la cipolla rossa è afrodisiaca». A Breme trovano accoglienza anche gli animali: nel 2019 Cesarina Guazzora insieme al consorte Franco ha ufficialmente preso in casa Barnaba, un pastore maremmano 13enne che all’inizio, quando girava da randagio nelle campagne bremesi, veniva chiamato “Rambo” per via della sua abilità nello sfuggire ai numerosi tentativi di cattura da parte di sindaco, veterinari e guardie forestali. «Non si lasciava avvicinare da nessuno — racconta Berzero — e toccava il cibo solo quando era sicuro che chi glielo portava si fosse allontanato. Alla fine Carla Capelli, una volontaria della Lav, è riuscita a chiuderlo in una gabbia e a farlo visitare». Barnaba è stato chiamato come il santo patrono, a cui il paese è molto devoto. «I bremesi sono affezionati alle proprie tradizioni — racconta il parroco, don Piero Rossi Borghesano — e quando si celebra il giorno di san Barnaba, anche quelli che adesso abitano da altre parti sentono il forte richiamo e tornano in paese per i giorni della festa, partecipando alle processioni e alle altre pratiche religiose».

Giorno di mercato: «Un paese dove si viene ben accolti»

Andrea Vai

«I bremesi sono eccezionali». Così Maria Luisa Corti, a Breme da quattro anni, commenta l’aria che si respira in paese. «Siamo stati in Provenza vent’anni — racconta — poi abbiamo voluto riavvicinarci a nostro figlio che vive a Semiana, ma con tutti i traslochi che abbiamo fatto, non siamo stati mai accolti così bene come qui. In Francia abitavamo vicino a un campo di lavanda, era molto bello, ma qui è tutta un’altra cosa». È lunedì, giorno del mercato settimanale, e la signora Corti gira tra le bancarelle per far compere. Qui, dietro il bancone, troviamo Andrea Vai con la sua vendita di formaggi e salumi:

Sono di Breme ma abito a Mede e svolgo questa attività da 32 anni. Al mercato cittadino vengo dal 2003, e qui in paese ho passato una bella infanzia. Peccato che molti anziani ormai non ci siano più, e che tanta gente in paese ci dorma solamente, stando via tutto il giorno per lavorare nelle città più grandi.

«Un posto tranquillo, ma i giovani non ci lavorano»

Giuseppina Pissavini

Giuseppina Pissavini, nativa di Breme, più di 70 anni portati benissimo, si tiene in forma facendo lunghe passeggiate sulla sponda del Po: «Il martedì e il giovedì — racconta — partecipo anche ai corsi di ginnastica dolce della Polisportiva insieme a una quindicina di altri “diversamente giovani”. Qui si sta bene, ci conosciamo tutti». Poi si allontana per raggiungere la bancarella della frutta, che l’aiuta a stare meglio e ad abbassare l’età apparente. Giampietro Laporati è uno dei “pionieri” della cipolla rossa di Breme, che vent’anni fa erano una mezza dozzina e ora sono 21: «Abbiamo iniziato con un ettaro di campi coltivati – spiega — e adesso che è diventato un prodotto richiesto siamo arrivati a 12 ettari. Questo è un posto tranquillo, peccato che manchi la ferrovia e l’antica azienda tessile della manifattura sia chiusa. Per trovare lavoro, i giovani devono spostarsi».

Un cuore antico che pulsa tra fiumi e risaie

Un fazzoletto di terra dove il tempo scivola piano, nel respiro dolce della Lomellina. Breme — un piccolo borgo medioevale di poche centinaia di anime, posto dove il fiume Sesia abbraccia il Po, nel polmone verde della Lomellina occidentale — non è solo un puntino sulla mappa geografica della provincia di Pavia: è un cuore antico che pulsa tra risaie, fiumi e cipolle rosse, una comunità che intreccia storia, natura e tradizione come un filo di grano dorato nel vento estivo.

La gente del posto custodisce un paesaggio fatto di campi che si perdono all’orizzonte e di antichi monumenti che raccontano secoli di vicende. La comunità di Breme è nata attorno a monaci e pietre sacre: già nell’anno 929 i frati benedettini dell’Abbazia di Novalesa si stabilirono qui, dando vita a un centro religioso che divenne tra i più importanti in Europa nel Medioevo. Nel corso dei secoli, quel nucleo monastico si è trasformato, adattandosi alle dominazioni e alle battaglie che hanno attraversato la Lomellina, dalle lotte tra i Visconti e i marchesi del Monferrato alle contese con Spagna e Francia. Qui la comunità si riconosce soprattutto nei ritmi della terra e nelle feste popolari.

La protagonista indiscussa è la cipolla rossa di Breme, la “dolcissima”, coltivata da generazioni e oggi simbolo identitario del paese, prodotto DeCo e presidio Slow Food, celebrato ogni anno in una sagra che a giugno richiama visitatori e buongustai.

Camminando per le stradine del paese si può ascoltare il canto della comunità: è un luogo dove la memoria storica si intreccia con la voglia di preservare l’identità locale, dove le vecchie mura e le chiese antiche convivono con eventi culturali e iniziative che tengono viva la partecipazione civica e l’orgoglio di essere lì, insieme. In fondo, la comunità di Breme è un piccolo universo dove la storia si mescola al presente, dove gli sguardi si incontrano ogni giorno nella piazza e dove la terra, con la sua “dolcissima”, parla di vite semplici ma profondamente radicate.

Davide Zardo

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