Così la Caritas diocesana “rimette il camice“ ai dottori in pensione

Medici in pensione pronti a rimettere il camice, non per nostalgia ma per necessità, per assistere chi non riesce a farsi curare dal servizio sanitario pubblico né da quello privato.

PROBLEMA DIFFUSO È l’ipotesi su cui la Caritas diocesana di Vigevano lavora da alcuni mesi, per provare a rispondere a un problema sempre più diffuso: la povertà sanitaria, quella che ti costringe a rinunciare alle cure o ad aspettare che il dolore passi da solo. «L’attenzione nasce da due fronti», spiega don Moreno Locatelli, direttore della struttura di corso Torino. «Da una parte ci sono le persone che non hanno accesso alle cure se non attraverso il pronto soccorso: soprattutto cittadini stranieri privi della documentazione necessaria per iscriversi al Servizio sanitario nazionale. Dall’altra c’è il fattore tempo: le liste d’attesa per alcune visite specialistiche sono così lunghe che chi non può permettersi il privato sceglie di aspettare mesi, a volte rinunciando del tutto».

WORKING POOR È una fascia di popolazione che si allarga, come una macchia d’ombra, alimentata dal fenomeno dei working poor: persone che lavorano, ma guadagnano troppo poco per potersi curare davvero. Si va avanti a colpi di necessità, si rimanda, si stringono i denti. Per provare a trovare una via d’uscita, la Caritas sta valutando una proposta arrivata, curiosamente, da due direzioni diverse.

Due gruppi di medici in pensione – racconta don Locatelli – senza sapere l’uno dell’altro, ci hanno offerto la loro disponibilità per assistere quei pazienti che, per motivi economici, burocratici o di tempo, altrimenti rinuncerebbero alle cure.

LA PROPOSTA Naturalmente, oltre la visita di base servono specialisti e strumenti: un’ecografia, un esame, un approfondimento hanno un costo. Ed è qui che entra in gioco l’idea di stipulare convenzioni secondo la formula del privato sociale, seguendo esempi già avviati in altre regioni, come Emilia-Romagna e Trentino, e cercando il possibile coinvolgimento dell’Agenzia per la tutela della salute. «Abbiamo due gruppi di medici pronti a mettersi in gioco – conclude don Locatelli – ora dobbiamo farli dialogare. È un progetto che va pensato bene, ma ci lavoriamo dallo scorso ottobre. Speriamo di poterlo realizzare presto, trovando la soluzione a un problema che si diffonde sempre più: il bisogno cresce, e non aspetta». E intanto, in silenzio, qualcuno è pronto a tornare a curare. Non per dovere, ma per scelta. Come una mano tesa che non fa rumore, ma resta.

Davide Zardo

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