I medici: «Non è un’ondata, ma uno tsunami»

«Questa non è un’ondata: è uno tsunami». Non usa mezzi termini Giorgio Rubino, presidente dell’Associazione medici di famiglia di Vigevano, per descrivere la situazione che si trovano ad affrontare i medici di medicina generale nei loro ambulatori. «Le telefonate in studio sono tutte dello stesso tenore – prosegue Rubino – “quando ci sono i vaccini? Quando posso venire a farli? Ho perso un po’ di gusto e olfatto, siamo andati a cena o a una festa o all’asilo e c’era un positivo, ora cosa faccio?”».

I numeri non li conosco, ma se guardo al mio ambulatorio in un solo giorno ho almeno una quindicina di tamponi da richiedere. Sono numeri che non avevamo mai visto

Anche il presidente dell’Ordine dei medici di Pavia Claudio Lisi mette a fuoco la situazione in modo analogo, spiegando che «non curanti dell’esperienza maturata nei mesi scorsi, oggi ci troviamo nuovamente a inseguire il virus». Una rincorsa resa più complessa dal disordine normativo:

Il momento è drammatico – sottolinea Lisi – e viene accentuato dalla difficoltà di chi ci governa, a tutti i livelli, per trovare le giuste misure per salvaguardare salute e lavoro

Claudio Lisi
Claudio Lisi (presidente Ordine Medici Pavia)

Il rischio è quello di raggiungere il punto di rottura perché «il sistema sanitario italiano, seppur tra i migliori del mondo, non può reggere un’onda d’urto virale di così vaste dimensioni e la pandemia non ha fatto altro che mettere in risalto la necessità di un processo di trasformazione del nostro sistema sanitario nazionale».

Purtroppo i messaggi di allarme inviati dagli Ordini dei medici alle istituzioni livello provinciale, regionale e nazionale non sono stati ascoltati. Eppure non ci eravamo limitati a segnalare difetti, ma soprattutto avevamo evidenziato possibili rimedi, facendo proposte concrete

sanità medici - Rubino Giorgio
Il dottor Giorgio Rubino

TEST IN STUDIO E mentre i medici di famiglia devono gestire l’emergenza, il ministro della Salute Roberto Speranza annuncia di aver raggiunto l’accordo con le associazioni di categoria per l’esecuzione dei tamponi presso gli ambulatori. «Fare i test in studio – commenta Rubino – vuol dire contaminarlo ed esporsi a un rischio, senza contare che non ci hanno dato neppure i Dpi a norma. Io non faccio entrare in studio un sospetto, se la situazione è tranquilla visito a domicilio, che comunque vuol dire vestirsi e svestirsi all’aperto, altrimenti attivo le Usca, che possono anche fare l’ecografia polmonare o direttamente il tampone se serve». Di certo la mole di lavoro è significativa e questo costringe a procedere a tappe forzate. «Siamo oberati – conferma Rubino – e non riusciamo neppure a stare dietro alle telefonate e alle email. Capiamo la preoccupazione dei nostri pazienti, ma se non rispondiamo subito non è per una mancanza nei loro confronti, è solo che siamo in studio ogni giorno fino alle dieci per far fronte nel nostro piccolo a questo tsunami».

PROTETTI? Avendo a disposizone per proteggersi mascherine “non mediche” e camici che non tutelano dal rischio di contagio. Queste sono le armi che hanno ricevuto con l’ultima fornitura di Dispositivi di protezione individuale fatta da Ats di Pavia. «I Dpi l’Ats ce li ha dati – precisa Rubino – ma sulle mascherine ffp2 c’è scritto “non medical” e sui camici si precisa “non per la protezione individuale” e che servono a non infettare il paziente. Abbiamo chiesto ad Ats di dirci qualcosa in merito». Una situazione che costringe una categoria considerata l’argine nel contenimento dell’epidemia, insieme alle Usca l’unica alternativa all’ospedalizzazione massiva dei contagiati, a rifornirsi autonomamente di Dpi in grado di proteggerli davvero o a esporsi al rischio di ammalarsi?

Coronavirus mascherina obbligatoria

LA POSIZIONE DI ATS Ats tuttavia precisa che «i dispositivi risultano idonei per la protezione dei Mmg dal rischio di contagio da Sars-CoV-2», citando a conferma una valutazione del Comitato tecnico scientifico nella quale si argomenta che «in deroga alle condizioni abituali, è autorizzata la commercializzazione dei dispositivi nel confezionamento originale del paese a cui erano destinate. Le confezioni possono quindi essere in lingua diversa dall’italiano e riportare denominazioni da noi non usuali o non richieste. In altri contesti, maschere che non sono dispositivo medico sono identificate come “non medical”. Come sopra spiegato, questo è corretto perché si tratta di Dpi e non di Dispositivo medico». Solo questione di etichette.

Giuseppe Del Signore

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