Violenza di genere, il Parlamento italiano inserisce all’unanimità «il consenso libero e attuale» come elemento cardine per stabilire quando si verifica una violenza sessuale. Attraverso un confronto diretto tra il presidente del Consiglio Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein si è arrivati a superare le divergenze in commissione Giustizia alla Camera, dove è in discussione la modifica dell’articolo 609-bis del codice penale, che norma il reato di violenza sessuale. Così è stato approvato un emendamento all’unanimità, dando mandato alle relatrici Michela Di Biase (Pd) e Carolina Varchi (FdI) «di riferire favorevolmente all’Assemblea sul provvedimento in esame». Un buon viatico in vista della Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne, che ricorre il prossimo 25 novembre e trova l’Italia alle prese con una complessa transizione.
SOLO SÌ È SÌ L’introduzione del consenso alla Camera arriva al termine di un iter legislativo iniziato con una proposta di legge a prima firma della deputata Laura Boldrini e ha come obiettivo da un lato adeguare la normativa italiana alla Convenzione di Istanbul del 2011 (il documento più importante a livello internazionale sulla violenza di genere), cui l’Italia aderisce, e dall’altro armonizzare il testo dell’articolo 609-bis ai pronunciamenti ormai consolidati della Cassazione. L’odierna formulazione della norma infatti si concentra sulla coercizione quando
con violenza o minaccia o mediante l’abuso di autorità
si costringe «a compiere o subire» atti sessuali, tuttavia in letteratura scientifica è largamente riconosciuto che durante un’aggressione sessuale la vittima può perdere la capacità di reazione rendendo più sfumati i contorni della contrizione e di conseguenza più difficile da individuare la violenza. Con la nuova formulazione, se «libero» non ha bisogno di particolari spiegazioni, «attuale» fa riferimento al fatto che il consenso deve essere espresso nel momento in cui il rapporto ha luogo. Del resto proprio la Convenzione di Istanbul è chiara all’articolo 36, che è specificamente dedicato alla consensualità, prevedendo al comma 2 che «il consenso deve essere dato volontariamente, quale libera manifestazione della volontà della persona, e deve essere valutato tenendo conto della situazione e del contesto».
PERSISTENZA Non si tratta di banalizzare la questione a un “modulo da firmare”, come ha provato a fare una parte dell’opinione pubblica contraria al provvedimento – modulo che peraltro a parti invertite, ad esempio in Spagna, alcuni atleti usano davvero per cautelarsi da denunce da parte di partner occasionali – ma di un altro passo nella direzione di un’affettività consapevole. Una rilevazione realizzata da Action Aid e Osservatorio di Pavia, presentata la scorsa settimana, ha rivelato che per un quinto del campione intervistato (1801 persone, il 52% donne e il 48% uomini) il controllo sul partner è giustificato, per il 13% la violenza fisica può essere giustificata, la violenza economica per più di uno su quattro, per più di uno su cinque quella psicologica. Questo perché molte delle manifestazioni della violenza «non vengono pienamente riconosciute come abusi, ma spesso reinterpretate come reazioni “comprensibili” a conflitti o comportamenti percepiti come provocatori». Controllare il partner così è accettabile in caso di tradimento (11%) o di mancata cura della casa e della prole (9%), la violenza verbale è tollerata ovvero «insulti, umiliazioni, svalutazioni» possono essere «reazioni comprensibili a determinati comportamenti femminili» per il 26% degli intervistati, uno su quattro reputa legittima la violenza economica di fronte a «spese ritenute superflue o inutili» o perché la donna non lavora e non contribuisce economicamente. Un comportamento che perfino tra le donne, seppure in misura minore, trova un’accettazione. L’indagine di Action Aid inoltre meriterebbe un approfondimento per quanto riguarda l’età: per tutti i casi citati tra Millennials e Gen Z (cioè nel complesso chi è nato dagli anni ’80 in poi) la giustificazione ha percentuali più alte rispetto alla Baby Boom Generation.
ISTAT Nei prossimi giorni l’Istat pubblicherà la sua «indagine sulla sicurezza delle donne», l’ultima risale al 2014 – è quindi piuttosto datata – e indicava che «ha subìto violenze fisiche o sessuali da partner o ex partner il 13.6% delle donne (2.8 milioni), in particolare il 5.2% (855mila) da partner attuale e il 18.9% (2.44 milioni) dall’ex partner», con una netta prevalenza di compagni o familiari tra i “persecutori”, in quanto solo nel 13.2% dei casi a perpetrare la violenza era uno sconosciuto. Le violenze più diffuse erano molestie fisiche (essere toccate, abbracciate, baciate contro la propria volontà, 15.6% del totale), rapporti indesiderati vissuti come violenze (4.7%), stupri (3%), tentati stupri (3.5%); anche in quest’ultimo caso la minaccia principale era in casa, nel 62.7% dei casi lo stupro era commesso dal partner, nel 3.6% da parenti, nel 9.4% da amici (in tutto più di 7 su 10 nella sfera dei conoscenti). Istat aveva anche confrontato gli ultimi 5 anni con i dati risalenti a un’indagine analoga del 2006, constatando «importanti segnali di miglioramento» ma anche che
non si intacca però lo zoccolo duro della violenza nelle sue forme più gravi (stupri e tentati stupri).
FEMMINICIDI E i femminicidi? «Certo, guardando ai dati pubblicati dal Viminale, in valore assoluto il numero di donne vittime di omicidio è sceso negli anni – ha spiegato Sabrina Frasca, componente del direttivo di Differenza Donna, in un’intervista a Vanity Fair a fine ottobre – ma in rapporto alla popolazione il numero delle donne uccise da partner o ex partner è rimasto stabile. Questo dice che il fenomeno è stabile, ovvero nonostante gli sforzi legislativi la situazione della violenza contro le donne non tende a migliorare e le donne rimangono stabilmente vittime di reati di genere. Vediamo invece crescere negli anni il numero di denunce, fenomeno legato ad una maggiore emersione». Oggi in Italia non c’è neppure una definizione unica di “femminicidio”, così se il Ministero dell’Interno, nel suo ultimo rapporto trimestrale, conta 73 «vittime di genere femminile» di cui 60 «in ambito familiare/affettivo» in calo del 24% rispetto al 2024, l’osservatorio di “Non una di meno”, che analizza in maniera approfondita anche fonti locali, ne conta 78 all’8 novembre, cui si aggiungono 3 suicidi indotti di donne.
Giuseppe Del Signore




