Scarso coinvolgimento, poca attenzione, mancanza di lungimiranza. Sono le tre lacune più evidenti dei programmi dei candidati alle elezioni regionali dal punto di vista della sanità secondo il presidente dell’Ordine dei medici di pavia Claudio Lisi: «Mi sarei aspettato un maggiore interessamento ai temi sanitari, soprattutto in una Regione come la Lombardia dove la sanità è estremamente importante. Inoltre mi preme sottolineare che, a differenza di quanto avvenuto in passato, gli Ordini dei Medici non sono stati coinvolti per dare il loro contributo sui vari aspetti della riforma del sistema sanitario regionale». A queste la medicina del territorio aggiunge un nuovo ospedale, un fascicolo sanitario elettronico funzionale e dare un senso alle Case della comunità. Non ha esitazioni Giorgio Rubino, medico di medicina generale e presidente di Associazione medici di famiglia di Vigevano, a indicare le priorità per la salute dei lombardi. (a cura di Gds)
1. LISI: «NIENTE RIFORME SE MANCANO I MEDICI»
Un coinvolgimento assente in un settore in cui proprio l’amministrazione regionale è fondamentale, tanto da fare dell’appuntamento elettorale «un momento importante soprattutto considerando il ruolo che hanno le Regioni nella gestione sanitaria. E sono ancora più importanti dopo la pandemia, che ha messo in evidenza alcuni limiti del sistema lombardo».
LIMITI Carenze dal punto di vista della medicina territoriale, con i medici di famiglia introvabili in alcuni territori a causa di un mancato ricambio generazionale a sua volta generato da una politica di gestione dei fabbisogni fatta senza considerare in alcun modo la demografia e le esigenze reali dei territori, e dal punto di vista di quella ospedaliera, con il ruolo preponderante di un privato iperspecializzato che ha compresso lo spazio per prestazioni meno remunerative, ma essenziali quali ad esempio rianimazioni e reparti di epidemiologia. «Come tutte le realtà lombarde – conferma il presidente Lisi – anche la provincia di Pavia ha risentito delle conseguenze della pandemia, con ripercussioni importanti su una realtà sanitaria già in sofferenza. Avendo vissuto quel periodo come medico e come presidente dell’Ordine, devo però elogiare tutti gli operatori sanitari, che si sono adoperati anche per compensare le difficoltà organizzative».
STATUS QUO E che si adoperano tuttora, visto che «da un lato la sanità pavese ha delle eccellenze di livello nazionale, ma allo stesso tempo ha anche alcune difficoltà locali. Penso ad esempio alla carenza di medici di medicina generale e al ridotto numero di specialisti: questi problemi sono da riferire sia a una mancata programmazione nazionale sia al livello regionale. Per i corsi di formazione per i medici di base, in particolare, è necessaria una riforma». Che i medici sperano vada in una direzione opposta rispetto a quella di Ospedali e Case della comunità, giganti dalle gambe d’argilla:
Non si possono fare riforme se non si hanno gli attori per realizzarle: è come dichiarare una guerra senza avere l’esercito e le armi
«Per essere operative le case di comunità richiedono personale e strategia organizzativa, e lo stesso discorso vale per gli ospedali. È giusta l’attenzione rivolta alla riorganizzazione della rete sanitaria territoriale, che la pandemia ha evidenziato essere inadeguata, ma per garantire il diritto alla salute dei cittadini occorre innanzitutto iniziare dal personale sanitario. La salute non va più considerata soltanto una voce di spesa, ma un necessario investimento».
2. RUBINO: «IL NOSTRO OSPEDALE E’ UNA TOPPA»
Di certo la riforma della sanità regionale, così come è stata approvata non solo non funziona, ma è uno spreco di risorse pubbliche. «O investi in personale – chiarisce Rubino – o rischi di avere delle cattedrali nel deserto. I medici di medicina generale non lavorano 20 ore a settimana, checché ne dicano Letizia Moratti o altri secondo cui dovrebbero essere questi a lavorare nelle Case della comunità, quindi non possono spostarsi dall’ambulatorio a meno di ridurre l’assistenza ai propri pazienti. La stessa cosa vale per gli specialisti: il dermatologo, il cardiologo dove li troviamo? In ospedale? Ma se li tolgo da lì sto solo spostando degli slot di visite dagli ospedali alle Cas». E il problema si ripresenta con gli altri professionisti, considerando che «uno psicologo solo non può moltiplicarsi» mentre «gli infermieri di famiglia vanno benissimo, ma bisogna coordinarsi, non possono arrivare dal paziente senza prima essersi consultati col medico curante per conoscerne la situazione e le esigenze specifiche».
VASI COMUNICANTI In generale è proprio sul dialogo che si potrebbe fare molto a livello regionale. «Non penso a tavoli di lavoro, ma a strumenti per coordinare gli interventi risparmiando tempo e denaro. Se ci fosse un dialogo tra medici territoriali e ospedalieri sarebbe più facile considerare ogni caso con una visione complessiva ed evitando prescrizioni tra loro incompatibili o esami costosi, ma inutili per quella determinata persona. E’ un pallino dell’Ordine dei medici di Pavia da tempo. Un’implementazione diversa del fascicolo sanitario potrebbe essere utile in questo senso, andando oltre il semplice elenco delle prestazioni che si trova oggi». Il coinvolgimento dovrebbe interessare anche la politica, perché l’auspicio è che «in futuro si prendano decisioni consultando prima i medici di medicina generale, come non è stato fatto in passato». Servono soluzioni strutturali perché «la crisi sanitaria non è solo della Lombardia né solo dell’Italia, perché se si leggono gli articoli di Inghilterra, Francia, Spagna si vede che l’universalismo ha un costo veramente elevato».
IL QUADRO LOCALE Che a Vigevano e in Lomellina si traduce in una carenza di “dottori”. La città ducale «per fortuna tiene ancora abbastanza bene, perché qualcuno nuovo è entrato e quasi tutti i vigevanesi hanno un medico» nonostante i 10 ambiti carenti, equivalenti a migliaia di cittadini. Preoccupa di più la Lomellina, a partire da Mortara, che «ha grandi problemi perché mancano fisicamente i medici, per non parlare dei paesini piccoli, con l’obbligo di spostarsi di parecchio. Accade anche altrove: parlavo con un amico nelle Marche, deve fare addirittura mezz’ora di strada per raggiungere il medico». Sul capitolo ospedale Rubino è lapidario: «Nel 1982 ero in chirurgia e c’erano le gru, nel 2022 c sono ancora le gru».
Avevano ragione due politici e medici che stimo tantissimo, Giuseppe Bellazzi ed Emiangelo Vercesi, quando proponevano di dismetterlo e costruirne uno nuovo. Oggi, per dirla in dialetto, è una toppa. Non esiste più quel tipo di ospedale




