Le antichissime radici del “Carman”

Il Cancelliere notarile della città di Vigevano Simone del Pozzo nel suo manoscritto titolato “Estimo” (ossia Catasto terriero) del 1550, alla pagina 257-verso, annota: “la chiesa di Santa Margherita in Contrada di Porta San Cristoforo o Valle fu gettata a terra da Ludovico Sforza detto il Moro (1498-1500) per far bastioni contro i Galli” ossia contro le truppe del re di Francia Luigi XII il quale era sceso in Italia alla conquista dello sforzesco Ducato di Milano di cui anche Vigevano faceva parte. Il re francese riusciva comunque a prendere Vigevano, a sconfiggere e a catturare Ludovico Il Moro alla battaglia di Novara del 10 aprile 1500 e così divenire signore del Ducato. Le milizie francesi erano guidate dal Maresciallo di Francia Gian Giacomo Trivulzio che, per la vittoria conseguita, riceveva il titolo di Marchese di Vigevano con le relative rendite.

LA DEVOZIONE A SANTA MARGHERITA La nota di Simone del Pozzo risulta essenziale per la conferma dell’antica presenza in Vigevano della chiesa di Santa Margherita: la chiesa, ricostruita nel 1507, ospiterà successivamente la confraternita della Madonna del Carmine che gradualmente diverrà preminente nel titolo, come si dirà più avanti. Santa Margherita era particolarmente invocata per la protezione alle donne in gravidanza e alle partorienti. L’attuale chiesa della Madonna del Carmine tiene al suo interno l’antica statua di Santa Margherita che alza il Crocifisso e schiaccia il drago malefico; e la Santa è pure rappresentata in grande statua di arenaria alla mezza volta della facciata della chiesa (al lato di sinistra, guardando).

DONAZIONE DEL SEDIME PER LA NUOVA CHIESA Nel 1507, Bernardo Colli, contradaiolo di Valle, assai riconoscente a Santa Margherita per la felice nascita del figlio Giorgio, donò uno dei suoi terreni quale sedime per la ricostruzione della chiesa dedicata a Santa Margherita. Il sedime stava sulla direttrice della primitiva collocazione della chiesa, poco distante dalla Porta di Valle, luogo ove ora si trova la chiesa del Carmine. Stava nel “pizzone” ossia vasta superficie terriera comprendente tanti “pezzi” di terra o appezzamenti coltivati soprattutto ad orti affiancati alle case familiari inghirlandate all’ingresso dalla “topia” ossia dalla pianta di vite per l’uva bianca di luglio ossia per “l’uva Santa Margherita”. Il citato Estimo del 1550, al foglio 25-verso, rileva la proprietà ad orto di Giorgio Colli, collocandola nel “pizzone” tra Porta Sforzesca e Porta di Valle. Intanto prendo l’occasione per citare la presenza in tale pizzone di “Terre comuni” che la Comunità di Vigevano destinava gratuitamente per la coltivazione per i meno abbienti del luogo.

La Madonna del Carmine

L’ALLEVAMENTO DELLE ANATRE E il luogo era il “pizzone tra la Porta Sforzesca e la Porta di Valle in la Isola delli Naviggi” (dice Simone del Pozzo) che oggi indicativamente possiamo inquadrare come la spianata compresa tra Via Persani e Via del Carmine, con ai lati Via Riberia e Corso Pavia fino alla Giacchetta. La zona chiamata Isola dei Navigli era alquanto adacquatoria perché compresa tra il Naviglio Sforzesco e la Roggia Vecchia con i fossi derivati intercalanti. Come si è accennato era adatta ai prodotti degli orti con le varie verdure e con le leguminose marzasche ossia i ceci e le fave, le antiche lenticchie e i nuovi fagioli. Inoltre era adatta per l’allevamento delle anatre in sguazzi di fossetti ed erbaggi connessi. L’allevamento disteso avveniva in tutte le famiglie residenti poiché, al di là del misurato consumo familiare (salvo l’espansione nei giorni di festa) l’anatra era fonte di introiti per la vendita della carne, degli anatroccoli, delle uova e delle piume e piumini. Nel periodo qui considerato di metà Cinquecento, l’anatra nostrana era di specie comune o domestica, ossia quella dalle ali color marrone con affioramenti di celeste, di origine asiatica, che “qua-quarava” parecchio e non quella muta che sarà di successiva provenienza sud-americana. Raggiungeva il peso fino ad un chilo ed era venduta al mercato del pollame di Vigevano in termini odierni di sette euro al chilo. Ciascuna matura anatra produceva fino a novanta uova all’anno destinate o alla riuscita degli anatroccoli o alla vendita per consumo tra quattro e sei euro alla dozzina. Per i piumini bianco-celesti tra petto e collo, ogni anatra ne dava ottanta grammi, venduti a prezzo di contratto individuale, a seconda della capacità contributiva della sposa, per il cuscinetto porta-infante, in vista del futuro baby sul quale si invocava la benedizione di Santa Margherita. E la Contrada di Porta di Valle, nel Convocato del Consiglio Generale della città di Vigevano del 6 gennaio 1532, veniva denominata contrada di Porta di San Cristoforo (per la parrocchiale ivi costituita) e poi opportunamente contrassegnata con l’emblema dell’anatra.

Vigevano carmine processione
una delle processioni della festa del Carmine

LA CONFRATERNITA DELLA BEATA VERGINE DEL CARMINE E tanto più nell’immaginario vigevanese del tempo corse l’abbinamento tra le movenze delle marroni ali della anatre e gli svolazzi delle cappe assai marroni (tanè) dei confratelli della novella Confraternita del Carmine sorta nella chiesa di Santa Margherita. Infatti, il 3 luglio 1602, il vescovo di Vigevano mons. Marsilio Landriani, concedeva ad un gruppo di bravi contradaioli di dar vita alla Confraternita della Beata Vergine del Carmine. Il 17 luglio, il Vicario Generale diocesano Giovanni Antonio Acciaro redigeva lo strumento per la canonica erezione. Il Vicario Generale dell’Ordine Carmelitano, frate Paolo Brunelli da Poponisco, con lettera del 24 luglio aggregava la Confraternita vigevanese all’Ordine Carmelitano. Il Priore Generale dell’Ordine Carmelitano, frate Enrico Silvio da Mezzovico, con lettera del 28 agosto 1602, concedeva al rettore dell’ospitante chiesa di Santa Margherita la facoltà di benedire gli scapolari o abitini per le persone devote alla Madonna del Carmine, con annesse indulgenze. Una breve digressione: Si raccontava che i poco istruiti confratelli della contrada dell’anatra, animale dalla carne a tratti celeste, all’apertura della lettera in latino del suddetto carmelitano frate Brunelli, lettera che iniziava con l’espressione “Celeste” (Coelestis Altitudo Consilii), siano trasaliti di gioia ritenendola riferimento sicuro al loro animale di sostentamento sia di finanza, sia di gozzo! Il che divenne una delle tante pasquinate poste sui “sidass” nelle festività del Carmine.

CHIESA DELLA MADONNA DEL CARMINE Comunque, la Confraternita, innalzando il suo magnifico Stendardo, ebbe tale incremento di aderenti e connesse attività benefiche da dare nome alla chiesa ospitante che venne sempre più conosciuta come chiesa della Madonna del Carmine; e pure la via adiacente con il rione ne prese nome. Anche la struttura della chiesa ricevette nuovo slancio sia all’interno, sia all’esterno con l’elegante facciata barocchetta del 1732, ornata di statue carmelitane e con il bel campanile compiuto nel 1783. All’interno della chiesa, nel 1710 è stata posta la venerata statua lignea policroma della Madonna del Carmine con il Bambino in braccio: entrambi porgono ai devoti gli scapolari della Benedizione Celeste.

Marco Bianchi

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