L’Intervista / Fabio Buonocore, il giramondo dell’Opera

L’unica cosa che conta per avvicinarsi al mondo artistico è una grande e unica passione. Maestro Buonocore, può raccontarci qualcosa del suo primo incontro con la musica?

«Fin da bambino sono sempre stato attratto e affascinato dalla musica. A nove anni ho chiesto di studiare pianoforte e da lì è iniziato tutto. Dopo le scuole medie sono andato a studiare pianoforte al Conservatorio “Antonio Vivaldi” di Alessandria e negli anni trascorsi in quella scuola ho studiato anche flauto traverso e canto lirico. Nel frattempo ho frequentato corsi di recitazione che mi hanno avvicinato al mondo della regia, inizialmente di musica».

Come ci si avvicina a questa professione?

«L’unica cosa che conta, quella più importante, quella essenziale, per avvicinarsi al mondo artistico è una grande e unica passione. La dedizione allo studio è fondamentale e la ricerca sia di cose nuove che del passato non deve mai mancare. Io dico sempre che non esiste età per avvicinarsi al mondo della musica. Che tu sia giovane o anziano quel che conta è il cuore e l’anima che metti in quello che fai. Sempre».

Come si diventa “regista”?

«Studiare è sicuramente la base come un po’ in tutti gli ambiti lavorativi del mondo musicale. La fantasia è il tassello principale e io, fortunatamente, ne ho sempre avuta molta. Il fatto di aver calcato le scene per circa vent’anni in qualità di tenore è di fondamentale importanza nel capire le esigenze dei cantanti in scena. Comunque voglio sottolineare che in un regista non può mai mancare un briciolo di follia e notti insonne immerso nella creazione di una regia».

Come è avvenuto il passaggio da cantante a regista?

«Dopo anni in palcoscenico nei quali ho sempre ammirato, studiato e scrutato molti dei registi con i quali ho lavorato ho sentito la necessità di cambiare e, giunto a Garlasco nel 2015, ho proposto all’allora giunta comunale di farmi fare una regia per la loro città. E così è stato. Feci “L’Elisir d’Amore” di Gaetano Donizetti in uno spazio all’aperto, trasferito all’ultimo momento, a causa della pioggia, nel palazzetto dello sport, e subito dopo mi proposero una messa in scena al Teatro Martinetti e decisi di fare “La Bohème” di Giacomo Puccini.

Da lì è stato un susseguirsi di produzioni: circa ottanta produzioni operistiche in sette anni.

Cosa cambia dall’essere in palcoscenico allo stare dietro le quinte?

«Cambia molto, sinceramente. La differenza da quando cantavo a oggi è che prima vivevo solo il mio personaggio, ora li vivo tutti e mi immedesimo in ogni singolo personaggio vivendone le emozioni, le sensazioni e il carattere: è un lavoro complesso, che impegna moltissimo. Quando preparo le mie regie mi metto in casa, con una bella registrazione dell’opera in sottofondo, quasi sempre produzioni del passato alle quali mi sento più affine, ad esempio spesso adoro sentire, anche se in digitale, il fruscio del disco in vinile, interpretando io stesso i movimenti e i gesti di ogni singolo ruolo, cogliendone le piccole ma importanti, determinanti sfaccettature, per essere poi in grado, durante le prove, di trasmettere il tutto ai miei artisti».

Quando ha deciso di fare della musica una carriera vera e propria?

«Praticamente dalla giovane età. Ho iniziato fin da giovanissimo, a 17 anni, facendo pianobar in alcuni locali di Casale Monferrato, la mia città natia. Da lì ho capito che nella mia vita non poteva che esserci solo l’arte. A 18 anni ho creato un coro gospel con circa 40 amici con i quali ci siamo esibiti più e più volte nella nostra città divertendoci come matti. In giovane età mi sono sempre prodigato per fare della musica la mia vera ragione di vita, giornalmente, senza sosta e senza limiti, affrontando situazioni anche a me totalmente sconosciute tipo rappresentazioni di canto gregoriano, in chiesa, incappucciati, portando crocifissi enormi sulle spalle, oppure lanciandomi in scena in musical a ballare… considerando la mia totale assenza del physique du rôle e molto molto altro».

fabio buonocore
Fabio Buonocore

Ha lavorato nelle più prestigiose città del mondo, cosa significa per lei?

«Per chi adora viaggiare come me, ogni viaggio significa un traguardo, una novità, un arricchimento interiore. Portare la mia arte in giro per il mondo è sempre una grande soddisfazione soprattutto per il fatto che l’opera è principalmente italiana. Quando cantavo ero considerato, in alcuni paesi tipo in Giappone, Cina e Korea, una sorta di “star” con gente che mi fermava per strada chiedendomi l’autografo e facendosi foto con me. Il regista è un po’ più nascosto e difficilmente la gente lo riconosce per strada, ma solo il vedere il tuo nome scritto in grande sulle locandine sparse nelle città straniere, sui cavalcavia e in tanti altri luoghi ti colma il cuore di grande soddisfazione, è una sensazione difficile da spiegare, ma “riempie” completamente, è meravigliosa. Viaggiare è una delle cose più belle che possa esistere secondo me!».

Quale è il suo repertorio e compositore preferito?

«Prediligo lo stile pucciniano con il suo intreccio affascinante di melodie, la complessità dei suoi personaggi e l’amore passionale che emerge nei duetti di sue molte opere e a seguire lo stile verdiano con le sue imponenti e maestose musiche e i suoi ruoli fieri ed eroici. Entrambi mi danno modo di far fare ai cantanti in scena un lavoro molto completo e impegnativo che richiede un grande studio registico da parte mia e di interpretazione da parte degli artisti in palcoscenico. Ovviamente adoro lavorare sulle opere di Mozart sempre così imprevedibile, diverso e unico nel suo genere. Comunque un repertorio da me adorato è sicuramente il repertorio buffo perché , come già tutti sanno, è più difficile far ridere che far piangere, e per me il repertorio buffo è sempre una grande sfida, soprattutto quando sono all’estero dove, magari, alcune sfaccettature comiche non possono venir capite e quindi, informandosi prima, le modifichi a loro piacimento. Infatti una cosa che mi riempie sempre di gioia è sentire il pubblico ridere alle gags inventate da me! Per entrare ancora più nel dettaglio: in 7 anni di attività da regista ha messo in scena 22 titoli d’opera in circa 80 produzioni in Italia e all’estero. Di Rossini: Il Barbiere di Siviglia, La Cenerentola; di Mozart: Don Giovanni, Così Fan Tutte, Le Nozze di Figaro, Il Ratto Dal Serraglio; di Verdi: Rigoletto, Nabucco, Aida, Traviata, Falstaff; di Puccini: Madama Butterfly, Tosca, La Bohéme, Gianni Schicchi; di Donizetti: Don Pasquale, L’Elisir D’Amore, La Rita; Pagliacci di Leoncavallo, Cavalleria Rusticana di Mascagni, La serva padrona di Pergolesi, La Danza delle Libellule di Lehar».

Ha lasciato da poco l’Italia per trasferirsi in Giordania come direttore artistico dell’Amman Opera Festival. Quale è il ricordo più importante, quello che le torna in mente più spesso?

«L’aver dato l’opportunità a centinaia di giovani cantanti e musicisti di ogni nazionalità di debuttare ruoli ed esibirsi in teatro. In passato ho organizzato un Concorso lirico intitolato al noto baritono garlaschese della fine dell’800 Arturo Pessina, molto amico di Giuseppe Verdi, e considerato da Verdi stesso il suo miglior “Falstaff”. Quattro edizioni di questo concorso hanno portato al teatro Martinetti centinaia e centinaia di giovani da tutto il mondo dei quali, i più meritevoli ovviamente, una gran parte, ha debuttato e lavorato assieme a me. Cosa importante da sottolineare è che uno dei miei obiettivi è quello di portare qui in Giordania gli artisti che hanno già collaborato con me in Italia per dargli ancora più possibilità di crescere artisticamente:

è un obiettivo importante, che mi carica e gratifica molto.

Ritornerà qui o dopo Amman lo attendono nuovi traguardi?

«Sinceramente non so cosa mi porterà il futuro! Per adesso mi godo questo posto incantevole cercando di divulgare sempre di più l’opera lirica in un paese che la conosce bene da soli sette anni grazie all’Amman Opera Festival del quale ne sono il direttore artistico e il regista di produzioni passate e del prossimo futuro nel quale metterò in scena l’Aida di Giuseppe Verdi con un cast eccezionale, un’ottima orchestra e un prestigioso coro, con circa 100 artisti tutti dall’Italia».

Isabella Giardini

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