Osservatorio 01-03 / Obbedire per vivere

«Non serviam». Non servirò. È la frase che la Tradizione ci consegna per descrivere la rivolta degli angeli ribelli contro Dio che da inizio al “mistero d’iniquità” che segna inesorabilmente tutta la storia umana. E lo schema si ripete, in luogo e con protagonisti differenti, nel “giardino delle origini” dove Adamo ed Eva, posti di fronte all’immensità dei doni del Creatore, scelgono la strada dell’indipendenza dall’unico comando «non ne mangerete» per affermare una libertà, foriera implacabile di “sudore della fronte” e morte.

Scene di racconti antichi, oggi relegati dai più al rango di mitologia o di una bella favola da ascoltare tra una serie di Netflix e qualche canzone in cuffia. Episodi che riportano una Parola di vita per chi crede, ma comunque fotografie di una fatica che segna “ab origine” il cammino dell’umanità: consegnare la propria volontà a un altro. L’obbedienza, virtù di altri tempi o segno distintivo di alcuni ambienti rimasti un po’ “fuori dal tempo”, è da sempre sfida e minaccia per l’uomo che porta dentro un’insaziabile “fame di autonomia”, incapace di vedere nel limite un’opportunità invece di un pericolo. È, in fondo, la paura di crescere, di diventare adulti, con tutti quegli oneri che la maturazione comporta. Non si tratta di riflessione filosofica o di antropologia speculativa. Prendere coscienza di questa sorda insofferenza dell’uomo verso ciò che è autorità ha infatti una ricaduta immediata sulla realtà, negli episodi di cronaca come negli episodi della vita quotidiana.

Rivendicazioni ideologiche, ribellioni più o meno violente alle norme della convivenza civile, spinte esasperate verso forme di autonomia che arrivano a calpestare l’altro mostrano, nel piccolo come nel grande, come sia la storia (intesa come il tempo e il luogo nei quali ognuno si trova a vivere) a chiedere la prima difficile forma di obbedienza così difficile da accettare. Il rifiuto di concetti come “natura”, “valore”, “ruolo” e la loro sostituzione con termini più fluidi, relativistici se non addirittura il tentativo di abolirli completamente, sono solo l’espressione più evidente di questa nuova versione del “peccato originale” che comporta però, come nella sua prima versione, percorsi di morte sociale e culturale. Se ci si pensa la sopravvivenza fisica dell’uomo è legata all’obbedienza (mangiare, dormire sono imperativi necessari al funzionamento della “macchina del corpo”) e non è quindi così fuori logica riconoscere lo stesso meccanismo per quella complessa realtà umana che è la società. Le leggi del vivere civile con i principi autoritativi che le accompagnano sono necessarie alla comune convivenza.

Fin qui l’accordo è quasi unanime. Il passaggio più complesso è quello di riconoscere un sistema morale (peggio ancora uno religioso) al quale sia necessario attenersi. Questo implicherebbe infatti una serie di ulteriori questioni sinceramente quasi improponibili per la mentalità odierna. Non resta allora, come via d’uscita da questo impasse, quello di riconoscere ancora una volta l’adesione alla realtà come obbedienza necessaria che nasce dall’accogliere ciò che la storia ci mette davanti come un dato non disponibile a noi e procedere da questo “ascolto” per orientare le decisioni e le scelte da prendere. E questo è lo spazio della fede.

Don Carlo Cattaneo

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